L’angolo di Michele Anselmi

“Voglio di nuovo innamorarmi di qualcosa: qualunque cosa, anche solo un’idea, un cane, un gatto… qualunque cosa”. Già. Da una vita non vedevo “Salvate la tigre”, il film che John G. Avildsen, poi regista del primo “Rocky”, girò nel 1972 e che fruttò nel 1974 un meritato Oscar a Jack Lemmon. Lo danno su Paramount+, basta cercarlo; e con tutto il rispetto dovuto a Peppino Rinaldi, calda e perfetta voce storica di Lemmon, in lingua originale sembra come nuovo.
Ho conosciuto da vicino l’attore americano, passai due ore con lui in un lussuoso hotel napoletano, ero lì per “l’Unità”, quando venne in Italia a girare “Maccheroni” per Ettore Scola, nel 1985, accanto a Marcello Mastroianni. Aveva 60 anni, beveva parecchio, già alle sei del pomeriggio, ma ricordo anche l’infinita tenerezza che mi fece quando si scusò per doversi allontanare qualche minuto: doveva telefonare all’amata moglie, sempre alla stessa ora.
In “Salvate la tigre”, qualcuno di voi rammenterà, incarna Harry Stoner, un imprenditore del ramo abbigliamento, in quel di Los Angeles. La sua azienda si chiama “Capri Casual” e scopriremo strada facendo – ci sono di mezzo i fantasmi della Seconda guerra mondiale, il mattatoio di Anzio – perché scelse quel nome. Stoner è ricco o almeno lo era: abita in una lussuosa villa a Beverly Hills, ha una moglie che non ama più e viceversa, si muove su una Cadillac e indossa un elegante completo grigio di seta italiana, sartoria Passati (credo sia un nome inventato).
Il film, scritto da Steve Shagan, pedina il personaggio nel corso di una giornata infernale, nata con un incubo e proseguita peggio, se non fosse per l’incontro serale con una ventenne autostoppista fricchettona, Myra. In mezzo Stoner dovrà fare di tutto per barcamenarsi e provare a salvare l’impresa zavorrata dai debiti. L’unica via d’uscita sembra ingaggiare un malavitoso esperto in frodi affinché dia fuoco a uno dei laboratori, in modo che arrivino 100 mila dollari dall’assicurazione.
La battuta che ho messo all’inizio di queste righe Stoner la sussurra all’accogliente Myra, prima di addormentarsi vicino a lei dopo averci fatto l’amore, lasciandosi andare. Di fronte c’è la spiaggia californiana: e stavolta non penserà a quella insanguinata di Anzio.
Non ricordavo bene “Salvate la tigre”, ancora meno il motivo di quel titolo, legato a una raccolta di firme per strada, una campagna di animalisti contro gli zoo (ma è chiaro che è lui la belva da salvare, prima che impazzisca).
Lemmon è davvero prodigioso, in questa chiave drammatica, nell’alternare lucido cinismo e stoica rassegnazione: lui vorrebbe solo ascoltare in pace il jazz di Benny Goodman e giocare a baseball, ma c’è l’azienda da salvare prima che arrivi il fallimento.
Mentre lo vedevo, mi sono sentito turbato e stanco, quasi come Stoner, e ho capito che il merito era di Avildsen, della regia: per quasi tutto il film non c’è colonna sonora, se non rara musica diegetica, e la scelta dà forza ai dialoghi serrati, allo stress dei personaggi, alla metafora asprigna sul Sogno Americano, alla buffa/tragica sequenza degli eventi (un compratore venuto da fuori vuole il servizio completo da una prostituta amica del protagonista, una certa Margo, e per poco non ci rimette la pelle).
Mi piacerebbe, confesso, che qualche giovane e meno giovane regista italiano desse uno sguardo a “Salvate la tigre”, perché avrebbe ancora molto da imparare, a partire, appunto, dall’uso della musica: usata con parsimonia, sapienza, senza spalmarla su tutto, come purtroppo capita quasi sempre nei film italiani.

Michele Anselmi