L’angolo di Michele Anselmi 

Giovedì 19 gennaio escono ben 8 film nelle sale italiane, il più atteso dei quali è naturalmente l’hollywoodiano “Babylon” di Damien Chazelle. Ma si può sempre sperare che un certo cinema d’autore francofono trovi lo spazio, magari di nicchia, che si merita. Ho già parlato di “L’innocente” con e di Louis Garrel, adesso tocca a “La ligne – La linea invisibile” di Ursula Meier, svizzera, classe 1971, che arriva col marchio Satine Film di Claudia Bedogni.
Il prologo è fulminante. Una rissa silenziata ad hoc, un po’ al rallentatore, tra due donne, in un interno. Volano spartiti e oggetti, i visi sono contratti, partono sberle, una delle due, la bionda, sbatte la testa sulla tastiera di un pianoforte, l’altra, moretta di capelli, viene trascinata violentemente fuori, con una ferita profonda sopra l’occhio.
Chi sono? Una madre e una figlia, ovvero Christine e Margaret Celestini. L’una, ultracinquantenne, è stata una grande pianista forse costretta a lasciare la carriera discografica per occuparsi delle altre due figlie nate dopo, cioè Louise ora incinta di due gemelli e la più piccola Marion in preda a un disperato fervore cattolico; l’altra, trentenne, è una cantautrice sensibile e rabbiosa, che gira con la sua chitarra Fender più amplificatore e prenderebbe tutti a pugni per quanto è incazzata col mondo.
Da quel che vediamo “la pazza” è Margaret, e infatti il giudice le intima di stare, pena la reclusione, almeno a 100 metri dalla casa materna; ma in quella famiglia piuttosto disfunzionale, all’insegna di un torvo matriarcato, tutte appaiono un po’ svalvolate. E gli uomini? Un po’ di passaggio, sfocati, pure esasperati dalle continue scenate.
La linea del titolo è quella che la dodicenne Marion, mentre prepara un recital di canzoni a tema religioso, traccia per terra con della vernice blu, in modo che la sorella non valichi il “confine” che la porterebbe in prigione. Una linea concreta e simbolica insieme, sulla quale la regista svizzera costruisce la sua partitura: fatta di musica classica e pop, di zuffe e lividi, di prove all’aperto mentre si gela, di amori immaturi, di psicodrammi patologici. Il tutto inserito in uno strano contesto ambientale: un impersonale complesso residenziale suburbano, fatto di villette, fiancheggiato da un canale e dalla ferrovia, di fronte a uno spettacolare paesaggio montano.
La domanda è semplice: queste quattro donne riusciranno a ritrovare una qualche forma di comunicazione affettiva? Bisogna vedere il film per scoprirlo; certo “La ligne” non è proprio una passeggiata, ma è trapunto di osservazioni acute sulla condizione e la nevrosi femminili.
Se Valeria Bruni Tedeschi va sul classico nel ritratto della pianista depressa e distratta sempre in cerca di giovani amanti, Stéphanie Blanchoud, pure sceneggiatrice, fornisce a Margaret un tratto da “maschiaccio” in bilico tra aggressività e tenerezza, mentre le altre due sorelle sono incarnate da India Capelli, la piccola, e Elli Spagnolo, la partoriente. Coproducono i fratelli Dardenne, escluderei riferimenti ideali a “Sinfonia d’autunno” di Bergman, il film è dedicato all’attore Jean-François Stévenin morto subito dopo le riprese.
PS. Da maschio avanti con gli anni preferirei, nella vita vera, non avere nulla a che fare con donne così, ma questo è un altro discorso.

Michele Anselmi