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“La mia banda suona il pop”. Se a Medusa incassano anche con questo, sono dei geni

L’angolo di Michele Anselmi 

Mi arrendo. Con Fausto Brizzi non è neanche più una questione di recensioni. È “più oltre”. Ho la sensazione che il regista lanciato da “Notte prima degli esami” abbia davvero smarrito il senso del cinema, gli sfugge ormai l’alfabeto minimo. Infatti le sue famose formule creative e di marketing, enunciate nel periodo d’oro in una memorabile intervista su “l’Espresso”, non funzionano più da tempo; l’usura le ha corrose, arrugginite, sepolte.
Dopo i molto ravvicinati “Modalità aereo” e “Se mi vuoi bene”, ecco nelle sale, da giovedì 20 febbraio, “La mia banda suona il pop”, meno autobiografico del primo e meno meditabondo del secondo. Produce sempre Luca Barbareschi.
Il titolo viene da un famoso hit del primo Ivano Fossati, “La mia banda suona il rock”, anche se qui c’è di mezzo il pop, in una chiave tra buffa e nostalgica. Lo spunto? Nei primi anni Ottanta i Popcorn conobbero una redditizia ventata di successo, tra tv, video e classifiche, con un brano intitolato “Semplicemente complicato”. Poi si sciolsero, per dissidi personali e qualche questione di corna. Oggi il loro vecchio manager, cioè Diego Abatantuono, li vuole rimettere insieme: c’è da suonare a San Pietroburgo per un riccone russo cresciuto con quei motivetti italiani. Il compenso è da sballo, 50 mila euro a testa, ma i quattro, nel frattempo finiti ai margini, quasi in miseria, c’è chi fa il ferramenta, chi suona ai matrimoni o per strada, saranno in grado di esibirsi ancora? E qui entrano in scena Christian De Sica, Massimo Ghini, Paolo Rossi e Angela Finocchiaro, fisicamente un pallido ricordo di quelli che furono da giovani (sarà un’inconsapevole variazione sul tema di “Gli anni più belli”?).
Ora può darsi che Brizzi sia partito da uno squisito film inglese del 1998, “Still Crazy”, nel quale un rocker intristito riconvocava la band Strange Fruit per una memorabile reunion; purtroppo “La mia banda suona il pop” cambia subito registro, dopo un inizio promettente, tirando in ballo un insensato piano per svuotare il caveau del potente “zar” russo durante l’atteso concerto.
Tra parrucche, abiti sgargianti, mossette da palco, una DeLorean Dmc-12 presa pari pari da “Ritorno al futuro” (piace anche a Renzi), qualche battuta sapida su Tozzi, Smaila, Calà e due canzoncine scritte apposta dal maestro Zambrini per rifare il verso a un certo pop d’antan, la commedia si sbriciola strada facendo, anzi quasi subito, passando dal revival generazionale al film, diciamo, d’azione.
Non mi scandalizzano battute sguaiate come “C’ho ‘na voja de cazzo che manco te lo immagini” o “Questo c’ha un cefalo in mezzo alle gambe… ‘sto frocio”. Nessuno protesterà stavolta, mi auguro. Temo però che il regista, alla spasmodica ricerca di un risultato al botteghino, continui a trattare il pubblico come fosse una massa di minus habentes. Mi sbaglierò, ma credo che perfino Neri Parenti, da Brizzi considerato un “maestro” indiscutibile, avrebbe qualcosa da ridire sul risultato finale.
Morale: se a Medusa, che distribuisce, riescono a fare soldi pure con questo pastrocchio esangue, be’ sono dei geni.

Michele Anselmi

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