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LA MORTE DI FABIO CARPI, IL PIÙ APPARTATO DEI NOSTRI CINEASTI. TRA I SUOI FILM “CORPO D’AMORE” E “QUARTETTO BASILEUS”

L’angolo di Michele Anselmi

Scopro tardivamente, leggendo un post su Facebook di Enrico Magrelli, che purtroppo il 26 dicembre è morto a Parigi il regista e scrittore Fabio Carpi. Milanese, nato il 19 gennaio 1925. Il suo nome non dirà molto al grande pubblico, ma nella sua carriera, per definizione appartata, Carpi è riuscito a girare nove film, tra i quali “Corpo d’amore”, “Il quartetto Basileus”, “L’amore necessario”, “Barbablù Barbablù”. Il suo era cinema considerato “di nicchia”, così si diceva all’epoca, ma nutrito di grandi letture e sempre alla ricerca di uno stile personale.
Carpi non era uomo espansivo, ma gentile sì, a volte quasi sorpreso dell’attenzione che ancora gli si rivolgeva: come se, con gli anni e alcuni insuccessi commerciali, si fosse rassegnato a una certa marginalità. Tanto è vero che il suo ultimo libro, pubblicato nel 2014, si intitola “Una voce superflua nel coro”. Un titolo che dice molto, se non tutto.
Fu Tullio Kezich a farmelo conoscere ed apprezzare, aiutandomi a superare alcuni miei fessi pregiudizi. Non tutti i suoi film sono riusciti, e tuttavia in ciascuno c’era qualcosa di originale, di profondo, di intenso. Una sofferenza intellettuale che a taluni appariva quasi ridicola, a me no. Ho ritrovato quanto scrissi, sul “Riformista”, a proposito del suo ultimo film, purtroppo lontano nel tempo: “Le intermittenze del cuore” risale infatti al 2003. Ecco la mia recensione di allora.
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Si va a vedere ogni nuovo film di Fabio Carpi con un misto di fiducia e rassegnazione. Fiducia perché il regista (nonché apprezzato scrittore) coltiva un’idea di cinema elegante, mai banale, aristocratica ma non sdegnosa; rassegnazione perché, con l’età, un certo autobiografismo crepuscolare e malinconico s’è convertito in tormentone esistenziale.
A tre anni da “Nobel”, ecco “Le intermittenze del cuore”: titolo proustiano per eccellenza (le intermittenze del cuore alludono a quegli atti privilegiati che, affiorando alla memoria in ordine sparso, rivelano il senso del passato), e infatti è in scena un maturo cineasta alle prese con un film su Proust.
Brutta bestia, l’autore della “Recherche”: chiunque l’abbia evocato al cinema, da Schlöndorff a Ruiz, ha fallito. Ma qui lo spunto serve per parlare d’altro, proustianamente Carpi applica a sé il famoso metodo della memoria involontaria. Così, per libere associazioni tattili, visive, auditive (per fortuna ci risparmiano le “madeleine”), il regista Saul Mortara, interpretato dall’altero Hector Alterio, rievoca capitoli fondamentali della propria vita: il distacco dai genitori, le lezioni ricevute a Venezia da un colto professore omosessuale, la guerra partigiana, la fuga in un sanatorio, l’amore per Fiammetta, Paola e la moglie Adriana, l’incontro a Parigi col figlio fotografo e musicista, le riunioni in un bagno turco col produttore mecenate che pronostica: “Questo film sarà un fiasco”.
Nel procedere triste e meditabondo del regista, Carpi mette molto di sé: l’amore per la parola scritta, l’ironia distaccata nei confronti dell’ideologia, soprattutto le proprie passioni, da Ungaretti a Mallarmé, da Mandrake ai fratelli Marx, passando per i racconti di Hoffman e la musica di Franck. “Se non ci fosse la letteratura che cosa resterebbe a questo mondo?” si chiede Mortara. “La vita” risponde la moglie paziente. “Ah, la vita” replica lui. Insomma, avete capito.

Michele Anselmi

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