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La morte di Morricone. Amava dire: “Nell’arte la costanza è tutto”

L’angolo di Michele Anselmi 

C’è una bella foto che gira in rete, la trovate qui sotto: mostra Ennio Morricone, qualche anno fa, che invita a fare silenzio con il classico gesto del dito sul naso. Sì, proprio lui, che componeva anche 110 minuti di musica per un film, magari provocando qualche senso di colpa al regista se c’era da tagliare qualcosa. Il grande musicista e compositore, Oscar alla carriera, se n’è andato nella notte tra il 5 e il 6 luglio, in una clinica romana, per i postumi di una brutta caduta con conseguente rottura di un femore. La famiglia ha fatto subito sapere che i funerali si terranno in forma privata “nel rispetto del sentimento di umiltà che ha sempre ispirato gli atti della sua esistenza”.
Non si contano le colonne sonore composte in circa sessant’anni da Morricone. Cominciò nel 1961 con “La voglia matta” di Luciano Salce e finì nel 2016 con “La corrispondenza” di Giuseppe Tornatore. Il successo vero, pieno, arrivò nel 1964, quando con lo pseudonimo di Don Savio, firmò le musiche, per molti versi spiazzanti e “rivoluzionarie”, piene di fischi, scudisciate e chitarre elettriche col tremolo, di “Per un pugno di dollari”. Ma il segreto durò poco, grazie al successo di quel piccolo western all’italiana, ripreso pari pari da “Yojimbo. La sfida del samurai” di Akira Kurosawa. Già con “Per qualche dollaro in più” Morricone diventò uno dei più gettonati compositori da musica per il cinema (e il rapporto con Leone fu speciale fino alla morte del regista romano); e basterebbe scorrere la voce di Wikipedia per accorgersi di quanta inesausta creatività artistica Morricone pompò in decine di film giustamente popolari.
Penso a “I pugni in tasca” di Marco Bellocchio, a “Uccellacci e uccellini” di Pier Paolo Pasolini, a “La battaglia di Algeri” e “Queimada” di Gillo Pontecorvo, a “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” di Elio Petri, a “Sacco e Vanzetti” di Giuliano Montaldo, a “Gli intoccabili” di Brian De Palma, a “Mission” di Roland Joffé, a “Nuovo cinema Paradiso” di Giuseppe Tornatore, solo per dirne alcuni tra i tanti di un medagliere tutto da citare.
Non a caso, c’è una frase che Morricone amava ripetere in vecchiaia: “Nell’amore come nell’arte la costanza è tutto. Non so se esistano il colpo di fulmine, o l’intuizione soprannaturale. So che esistono la tenuta, la coerenza, la serietà, la durata”. È come se l’anziano musicista non si curasse granché del tempo che passava, nonostante gli acciacchi. La sua vitalità, a tratti asprigna nei toni, parevano volte a ricordarci che vecchiaia e morte sono solo illusioni della dimenticanza, lui stava sta sempre lì con la matita in mano, continuava a comporre musica, magari per sé stesso, non per il cinema.
Nel 2016, intervistato da Aldo Cazzullo, non le aveva mandate a dire: “Con la Rai ho chiuso. L’ultima volta mi hanno cercato per un’opera di Alberto Negrin. Mi hanno detto che c’erano 10 mila euro per me e per l’orchestra. Ora, io posso anche decidere di lavorare gratis per la tv del mio Paese, ma i musicisti vanno rispettati. Incidere una colonna sonora con un’orchestra costa almeno 20, 30, forse 40 mila euro. È stato un momento di grande imbarazzo. Così ho dovuto dire: basta, grazie”.
Magari non tutti lo sanno, ma gli è stato dedicato un asteroide, si chiama “152188 Morricone”. In fondo un senso c’è: l’asteroide è un piccolo corpo celeste, simile per composizione al pianeta terrestre, anche se generalmente privo di forma sferica. Volendo come la musica di Morricone: così imprevedibile, a volte morbida e lirica, a volte scabra e ossessiva, immersa nel culto rigoroso del tema o anche distratta e sfacciata.
Di sicuro trecento e passa colonne sonore, per non dire tutto il resto, tra canzoni e musiche non pensate per il cinema, rappresentano un corpo d’opera impressionante. Morricone sosteneva che dal “tema” si intuisce lo sviluppo emotivo del film, ma all’occorrenza è capace di distaccarsene, magari per non rendere troppo facile la vita allo spettatore. Anche se poi in tanti, specie sopra i sessanta, sono cresciuti fischiettando sotto la doccia i suoi cavalli di battaglia: così piantati nella memoria, anche nell’usura della reiterazione o dello sfruttamento commerciale, da evocare ogni volta un pezzo di vita, una fase della crescita, un’emozione quasi tattile.
Come ha scritto Gaetano Blandini, direttore generale della Siae (Morricone fu prestigioso presidente per anni): “A dispetto del suo carattere dai tratti squisitamente romani, direi che Morricone abbia saputo conciliare, nella sua lunga carriera, una tensione artistica spesso febbrile e una disciplina oraria quasi asburgica, mettendosi ogni volta al servizio del cineasta che gli chiedeva di comporre una partitura. Fosse un western, un giallo o un poliziesco, un film di denuncia, una storia d’amore, una ribellione di gesuiti ai confini del mondo. Sempre uguale a se stesso, eppure ogni volta diverso”.
Poi, naturalmente, ogni giudizio è lecito: Tommy Lee Jones, il grande attore americano e pure regista di film interessanti come “Le tre sepolture”, disse un giorno, a proposito delle colonne sonore legate al western: “Detesto la musica di Morricone”. Di contro il collega Andrea Guerra, compositore ormai apprezzato anche a Hollywood, confessò al sottoscritto, quando Morricone ricevette l’Oscar alla carriera nel 2007, diciamo piuttosto tardivamente, che il tema di “Nuovo cinema Paradiso” è “uno dei tre che più amo in assoluto”, insieme a “Schindler’s List” di John Williams e “I girasoli” di Henry Mancini. Solo di una cosa si doleva Guerra: “Non so perché, ma ho la sensazione di stargli antipatico. Credo che Ennio non sia convinto del mio lavoro. Mi dispiace, io lo ammiro molto”. Non si può piacere a tutti.

Michele Anselmi

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