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L’A.N.I.M.A e la politica. Pino Ammendola potente tra cielo e terra

L’angolo di Michele Anselmi

Il caso vuole che “A.N.I.M.A.” esca nei giorni in cui si riparla con densa preoccupazione, mista a lucida rassegnazione, della corruzione legata all’esercizio della politica (Umbria, Sicilia, Roma, Calabria, Lombardia). Mazzette, bustarelle, raccomandazioni, assunzioni facili, pure strani commerci con esponenti mafiosi. Il titolo è l’acronimo di una malattia immaginaria, l’atassia neuro ipofisaria monolaterale acuta, ma naturalmente si parla di anima, tutto in minuscolo e senza punti. Tema ad alto tasso simbolico che i due registi Rosario Maria Montesanti e Pino Ammendola trattano in forma di commedia grottesca, vagamente funerea, forse con lontane ascendenze “beckettiane” (si parva licet), in modo da sottrarla al confronto con la cronaca.
C’è un politico affermato e potente, tal Anio Mòdor, che viene colpito dal coccolone mentre litiga al telefono con un compagno di partito: in coma all’ospedale, viene risucchiato in una specie di “zona nera”, tra cielo e terra, a bordo di un vecchio Dakota C-47, che poi sarebbe l’aereo mitico di “Casablanca”, dove uno steward coi capelli bianchi da scienziato pazzo e un tutor aggressivo lo sottopongono a uno stringente esame di coscienza.
Come? Proiettati su un piccolo schermo, appaiono episodi poco commendevoli della sua carriera politica di uomo al potere. Peccatucci considerati veniali dall’interessato, poco più che “danni collaterali: perché la politica è una guerra, non sapete quanta gente è morta per il fuoco amico”; e invece quelle azioni, per distrazione o menefreghismo, ebbero conseguenze dolorose sulla vita delle persone coinvolte, e adesso tutto viene mostrato allo stordito Mòdor. Il quale, nel prosieguo del “sogno”, si ritrova al cospetto di sé stesso bambino nel giorno del suo ottavo compleanno e infine sul banco degli imputati in uno strano processo…
È lo stesso Ammendola a incarnare il politico che per la verità sembra uscire dalla Prima Repubblica, ma forse appartiene anche alla Seconda. In bilico tra veglia e incubo, Mòdor rivive le proprie malefatte pensando di aver sempre lavorato per il bene comune. “Abbiamo fatto un mare di cazzate” sarà il suo commento al risveglio,e naturalmente i colleghi al capezzale lo prendono per svalvolato.
Il film, un po’ a colori e un po’ in bianco e nero, fitto di partecipazioni in amicizia, maneggia l’assunto surreale, molto insistendo sui visi deformati e su una recitazione esagitata, appunto da sogno-incubo. L’effetto è così così, a tratti spiazzante, in una chiave di apologo visionario dal finale aperto; il riferimento a “Casablanca” suona invece tanto incongruo quanto usurato, al pari del brano “Impressioni di settembre”, by Pfm, usato come nostalgica evocazione.
Pino Ammendola, tormentato da Adolfo Margiotta e Massimo Olcese in questa sorta di “redde rationem”, fa del suo Mòdor un ometto senza qualità, sperduto e sgomento, in balìa degli eventi dopo averli pilotati. Non direi che l’approccio sia “qualunquista” o “populista”, come ha scritto il collega Giancarlo Zappoli criticando il punto di vista politico del film rispetto alla corruzione dilagante. A me sembra che la domanda cruciale posta dalla commedia in fondo sia un’altra, più universale: fino a quando possiamo far finta di non misurarci con le conseguenze delle nostre azioni?

Michele Anselmi

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