La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor / 2

Il primo film della giornata inaugurale della Mostra numero 83 sta in Orizzonti. Si chiama “La ragazza con la Leica”, lo firma Alina Marazzi. Sbaglia, a mio parere, chi pensa che avrebbe meritato il concorso ufficiale, quello per il Leone d’oro, perché diretto da una donna. Troppa grazia già così. Magari il direttore Alberto Barbera avrà ritenuto che fosse un riconoscimento dovuto alla cineasta italiana di cui molti ricordano il vibrante e autobiografico “Un’ora sola ti vorrei” che la rivelò nel 2002.

La ragazza del titolo è la fotografa tedesca Gerda Taro, al secolo Gerda Pohorylle, che morì in Spagna, nei pressi di Brunete, il 27 luglio del 1937, a soli ventisei anni. Antifascista e antinazista, donna certo di carattere e fotografa di vaglia, Gerda lasciò la Germania nazista per vivere a Parigi e lì conobbe il collega ungherese Endre Ernő Friedmann, anch’egli esule, con il quale fece coppia fissa, sentimentale e professionale. Magari non tutti sanno che Friedmann sarebbe diventato famoso con lo pseudonimo di Robert Capa, fingendosi fotoreporter americano su consiglio di Gerda. Proprio nel luglio del ’37 i due tornarono in Spagna, sconvolta dalla Guerra civile, per raccontare con le loro macchine fotografiche Leica quel conflitto, certo dalla parte delle forze repubblicane, ormai soccombenti; solo che Gerda, impavida e audace, morì schiacciata da un carro armato amico, per un tragico errore.

Il film di Marazzi, girato in tedesco con interpreti di quel Paese, parte proprio dal 14 luglio di quell’anno, per delineare via via, con qualche andirivieni temporale, la breve stagione artistica e umana della fotografa. Nella vita parecchio diversa, fisicamente intendo, dall’attrice Emilia Schüle chiamata ad incarnarla.

Se le parti di finzione sono all’insegna di un vivido cromatismo all’insegna del rosso e dell’arancione, l’impianto stilistico consiste in un continuo confronto estetico tra la ricostruzione e le fotografie di guerra, tutte in bianco e nero, scattate dalla “ditta” Taro-Capa. Naturalmente le cine-citazioni si sprecano, da “L’Atalante” di Jean Vigo a “Terra di Spagna” di Joris Ivens, in modo da costruire un quadro narrativo insieme romantico e politico, bohémien e militante.

Con lei, Gerda, che scandisce frasi del tipo «Tutto sta nell’attimo dello sguardo», e ancora: «Una fotografia non è mai neutrale» o «Sarebbe strano andare incontro alla morte senza saper ballare». Infatti questi esuli tedeschi in terra di Francia ballano sempre al suono di qualche orchestrina, hanno le pulci nei materassi ma non risparmiano in champagne.

Magari quelle cose Gerda le scrisse o disse davvero, solo che il film, scritto da Marassi insieme a Valia Santella, sembra a tratti uno smaltato servizio di “Vogue” con la Guerra di Spagna sullo sfondo. Risalta il distacco tra la vera Gerda, restituita dalle fotografie, e la Gerda bella e volubile che cammina imperiosa vestita di rosso lungo la Senna del 1937 o indossa la tuta da operaio nei suoi rischiosi reportage di guerra. Prologo ed epilogo vanno visti in chiave non realistica. Il film uscirà in Italia distribuito dalla Bim (la Fandango si occupa delle vendite internazionali).

Dimenticavo, alla base c’è un romanzo biografico, firmato dalla scrittrice italo-tedesca Helena Janeczek, pubblicato nel 2017 da Guanda e vincitore del Premio Strega l’anno dopo.

Michele Anselmi