Lucia, sedicenne di educazione cattolica, ha sempre vissuto seguendo devotamente i principi religiosi. Qualcosa di nuovo sta però nascendo dentro di sé, che la sua fede sembra solo condannare: un mondo fatto di pulsioni recondite, di sensazioni mai provate, di interesse per l’altro sesso. “La ragazza del coro”, film dell’autrice slovena Urška Djukić, ha ricevuto una menzione speciale nella categoria “Youth Perspective” all’Eurobalkan Film Festival. Con grande delicatezza, esplora il tema del risveglio sessuale della giovane donna protagonista, con tutte le conseguenze che porta sulla concezione che ha di sé stessa. Timida e introversa, Lucia cresce con una madre rigida, che le vieta di truccarsi, o che cambia canale alla televisione non appena si presenta una scena passionale. Fa parte del coro della parrocchia, un gruppo formato da sole ragazze della sua età, con cui intraprende un viaggio in Italia, per svolgere qualche giorno di prove canore in un convento di Cividale. Libera dal controllo genitoriale, è l’occasione per comprendere meglio il suo desiderio sessuale nascente, anche grazie all’aiuto di Ana-Maria, una coetanea più spigliata di lei. Soprattutto però, per interrogarsi sul suo rapporto con la religione, che vorrebbe a tutti i costi che reprimesse quegli istinti. Di fatto, non accade molto nel mondo esterno della protagonista, se non le prove del coro. Con precisione deve imparare a coordinarsi alle compagne per intonare canti angelici, unico sottofondo sonoro del racconto. Molto avviene però all’interno di sé, e che la distrae dai propri impegni. Ecco allora che ha in testa un’immagine di genitali femminili, che sente sospiri e gemiti di chi la circonda, come percepisse le cose in modo nuovo, che si infatua di un uomo più grande, del quale osserva di nascosto il corpo nudo. Ovviamente deve fare i conti con il mondo della Chiesa, che viaggia in senso contrario alle sue fantasie. Così una suora le parla di come resiste alle tentazioni carnali, in nome del matrimonio con Cristo, o apprende la pratica di mangiare dell’uva acerba, come punizione per i propri peccati. C’è spazio anche per immagini metaforiche, come quando ad una statua della Madonna si rompe una mano, un richiamo al divieto di contatto autoerotico. La Djukić racconta uno slice of life della protagonista, si focalizza sul suo volto, riflessivo e confuso allo stesso tempo. Con rapidi stacchi di montaggio, si posa su dettagli del corpo femminile, come le labbra delle cantanti, o su fiori rigogliosi, simbolo di una sessualità che sboccia. Le immagini hanno un’aura quasi divina, grazie all’utilizzo di un’illuminazione chiara ed intensa. Con uno stile essenziale ma efficace, mette in scena la forza dirompente del desiderio sessuale femminile, troppo spesso ingiustamente rinnegato o ritenuto inappropriato, in grado qui di sconvolgere Lucia e di comprometterne le performance vocali. Il canto richiede infatti un certo controllo sul proprio corpo, sui diversi elementi dell’apparato fonatorio, che poco va d’accordo con una simile lotta interiore. Per una volta, la ragazza si concede una ribellione dalle regole, lascia spazio al suo lato più impulsivo, senza che questo costituisca un peccato da espiare.
Martina Genovese