Editoriale HIGHLIGHTS

La scuola nell’epoca delle passioni tristi

Si riaprono le scuole come sempre nel disinteresse generale, in attesa di una vera riforma. Ne abbiamo avute varie, sin dal 1997 con il ministro Berlinguer, seppellita nel 2003 dalla Moratti, a sua volta messa in soffitta nel 2008 dalla Gelmini, per essere inviata al macero nel 2015 dalla “buona scuola” di Renzi. Si direbbe che all’incirca ogni cinque anni arriva un ministro che disfa quanto edificato dal precedente, a riprova dell’incapacità di varare leggi durature. Succederà lo stesso con il nuovo governo? Troviamo una prima risposta in un’indagine non ancora pubblicata, condotta alla Sapienza da due docenti di sociologia, Franca Faccioli e Mihaela Gavrila, dal titolo “Il futuro come fatto mediale. Adolescenti, narrazioni transmediali e visioni del futuro”. Lo studio apre uno squarcio su un mondo di cui gli adulti conoscono ben poco grazie all’incuria di chi ha confuso l’educazione con il poltronificio, spesso mandando alla Pubblica istruzione politici incompetenti. La conseguenza è che grazie a tale insipienza uno studente italiano, terminati gli studi, ambisce solo a emigrare, consapevole delle scarse opportunità di impiego in patria. Io stesso, che alla Sapienza coordino il portale di cinema e new media, mi confronto quotidianamente con ragazzi disillusi, privi di prospettive. Il desiderio di abbandono pervade anche l’universo dei docenti di scuola, afflitti da un senso di impotenza, pagati una miseria, in media poco più di mille euro al mese. E’ la riprova che la politica li ritiene inutili. Può un paese avere un futuro senza investire sui giovani e sui loro insegnanti? L’indagine di cui sopra si ricollega ai lavori di due psicoanalisti, Miguel Benasayag e Gérard Schmit, condotti nell’arco di oltre un decennio. Vale la pena ricordare che Benasayag, di ordine argentina, è stato a lungo in carcere ai tempi della dittatura. Questo insieme di lavori conferma che l’universo della scuola è dominato da una patologia che ha come dominante “l’epoca delle passioni tristi” (titolo del saggio dei due studiosi). Significa che la nostra società “è attraversata da una innegabile tristezza”. Ne sono afflitti tutti: i genitori che non sanno dialogare con i propri figli e i ragazzi che ritengono gli adulti “vuoti a perdere”, come dice la canzone di Noemi. Per non parlare degli insegnanti, così frustrati da aspettare soltanto il momento della pensione. Ci sono eccezioni, certo. Ma riguardano una fascia ristretta di ottimi docenti e di genitori consapevoli. Troppo pochi per invertire la rotta. Basta guardare al dilagare di episodi di violenza giovanile, ne abbiamo avuto un esempio recente a Roma, quando un adolescente è stato preso a calci da alcuni ragazzi che l’hanno mandato all’ospedale, senza alcuna ragione se non quella del piacere di fare del male. L’epoca delle passioni tristi è dominata da un sentimento sempre diffuso “di crisi e destabilizzazione, di insicurezza e precarietà”. Ci sono così tanti giovani sbandati, i quali in assenza di un aiuto più sano vengono imbottiti di psicofarmaci, con il risultato di renderli artificialmente sopiti, ma non coscienti delle loro azioni. Così, anziché valutare le ragioni dei comportamenti devianti, spesso originati da sofferenza e incomprensione, ci limitiamo a curare la febbre, non la malattia. I “tecnici della crisi”, educatori e medici, agiscono di conseguenza, salvo scoprirsi privi di adeguate attrezzature. Dal canto loro i genitori, incapaci di affrontare il disagio dei figli, prima si rivolgono alla scuola, spesso inveendo contro gli insegnanti, poi ricorrono agli psicologi, infine non trovando risposte adeguate preferiscono far finta che i problemi non sussistono, scegliendo l’esempio degli struzzi. E’ la sconfitta della speranza, come ebbe a dire Foucault, quando scriveva che “l’epoca dell’uomo è tramontata”, proprio perché incapace di sperare. La sfiducia nel futuro oggi ha partorito una smisurata fiducia nella tecnologia. Avanzano nuove aspettative riposte nella tecnica, dalla cibernetica all’intelligenza artificiale, quasi avessimo deciso che è meglio un robot di un umano. Siamo arrivati al punto che non pochi individui, soprattutto in America, si fanno impiantare sotto la pelle ogni genere di chip, per somigliare più a un automa che a un uomo, auspicando l’avvento di una nuova genìa, composta da esseri bionici. Abbiamo organi che funzionano male? Non preoccupiamoci, possiamo sostituirli, affidandoci a un’avveniristica ingegneria, che farà di noi tanti operosi cyborg, per metà umani e per l’altra metà robot. Non si tratta di tornare al luddismo, nato alla fine del Settecento contro il dilagare delle macchine che sottraevano il lavoro agli operai. Si tratta invece di prendere atto che siamo entrati in una nuova era, che a partire dal mondo della scuola e dell’informazione deve dominare il progresso anziché esserne dominato. Aveva ragione il filosofo tedesco Niklas Luhmann, quando ci avvertiva che troppa informazione non illumina più.

Roberto Faenza

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