L’angolo di Michele Anselmi

Davide Ferrario è nato nel 1956, oggi ha 65 anni, e direi che in “Boys” parli più o meno di sé stesso, dividendosi idealmente tra i quattro personaggi del suo nuovo film, nelle sale con Adler Entertainment da giovedì 1° luglio dopo un passaggio al festival di Taormina. Il titolo va preso naturalmente con un pizzico d’ironia; del resto la commedia è asprigna e divertita allo stesso tempo, s’intende fortemente generazionale, con una punta di ragionevole ottimismo che sale tra l’umida foschia nella scena finale sul fiume d’inverno.
“Rock is so much fun” anticipa la frase sui titoli di testa, e venendo essa da Jimi Hendrix si capisce dove il film andrà a parare. Anche perché subito dopo vediamo immagini a colori e in bianco e nero risalenti agli anni Settanta: un festival musicale di “Re Nudo”, modello Woodstock, tra barbe, capelli lunghi, tende e ragazzi nudi. Allora “The Boys” ebbero un certo successo, anche discografico; poi la vita dei quattro prese altre strade, anche se la band non s’è mai sciolta (suonano ogni settimana all’insegna della nostalgia “vintage” e ogni tanto li chiamano in tv nei revival).
Carlo, il batterista, fa il notaio e nel frattempo è diventato nonno; Bobo, il chitarrista, ha una compagna molto più giovane che vuole un figlio ad ogni costo; Joe, il tastierista, teme di aver un tumore alla prostata e di non poter andare più a letto con una donna; Giacomo, appena più giovane e sposato, gestisce un ristorante sull’orlo del fallimento. Sono buffi e rassegnati, anche teneri, come tanti sessantenni inchiodati a un passato travolto dalle nuove mode; suonano insieme nel ricordo di un amico/fondatore che non c’è più, senza aspettarsi granché dalla vita. Finché non si presenta un’occasione d’oro: un rapper ricco e viziato vuole rifare a modo suo una loro canzone, “Per sempre”. Ma serve il consenso di tutti i membri, quindi anche di Anita, che fu vocalist del gruppo e chissà dov’è finita…
È dal 2014, da “La luna sopra Torino”, che Ferrario non girava un film “di finzione”. Nel frattempo ha molto scritto sui giornali e firmato quattro documentari. Dentro “Boys” si ritrovano alcuni motivi cari al cineasta cremonese, soprattutto la riflessione sul tempo sospeso, su cosa eravamo e cosa si può ancora essere, se possibile senza rinnegare del tutto gli ideali di gioventù. “Se qualcuno vi ascoltasse alla radio non sembrereste vecchi” commenta una ragazza ascoltando una loro canzone, e la cosa suonerà come una stilettata alle orecchie dei quattro, pur essendo un complimento.
“Boys”, prodotto da Lionello Cerri con Raicinema, pesca in un filone squisitamente anglosassone, e sono certo che Ferrario abbia visto più di una volta “Still Crazy” di Brian Gibson, 1998, al quale sembra qua e là intonarsi nel mettere a fuoco situazioni e dinamiche di gruppo. Naturalmente il film gioca con tutti gli ingredienti del genere: chitarre costose a guisa di “memorabilia” e casali di campagna dove si fa imbevibile vino biologico, lusso kitsch un po’ alla Fedez e strombazzanti Harley Davidson, culto dei social network e vecchi poncho da fricchettoni.
Anche Fausto Brizzi, con l’orripilante “La mia banda suona il pop”, ha provato a percorrere quei sentieri, ma certo Ferrario, autore del copione insieme a Cristiana Mainardi, custodisce una vena più sincera e profonda, diciamo “malincomica”, rivolta a un pubblico ben preciso, in buona misura coetaneo. Forse un eccesso di dilemmi esistenziali appensantisce qua e là la commedia, che, a mio parere, avrebbe trovato giovamento in un mix più equilibrato tra casi personali e dinamiche musicali. Non che manchi la musica, forse ce n’è fin troppa, pure bella e in chiave blues-rock; infatti la firma Mauro Pagani, che ha recuperato per l’occasioni brani nel cassetto, come i pregevoli “Tutto qua” e appunto “Per sempre”.
Quanto agli interpreti, il quartetto è ben assortito, anche fisicamente oltre che nell’alternanza tra rimpianti senili e affondi ironici: Neri Marcorè è Giacomo, Giorgio Tirabassi è Bobo, Giovanni Storti è Carlo, Marco Paolini è Joe. Certo aiuta il fatto che suonino e cantino quasi tutti nella vita vera. Sul versante femminile fa piacere ritrovare Mariella Valentini e Isabella Russinova, l’una cinica urologa, l’altra canuta contadina. Battuta non male che riassume un po’ il senso e il sentimento del film: “Ma siamo sicuri che vogliamo essere rilanciati?”.

Michele Anselmi