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La sublime arte del raggiro tra bugie e mitomania. Christoph Walz fa il regista

L’angolo di Michele Anselmi

La formula sui titoli di testa è sibillina: “Questa storia non pretende di essere vera, ma si ispira a fatti realmente accaduti”. Infatti “Georgetown”, partendo da un approfondito articolo di Franklin Foer intitolato “The Worst Marriage in Georgetown”, reinventa una bizzarra vicenda coniugale che finì in tragedia nel 2011. Non meraviglia che l’attore austriaco Christoph Waltz, classe 1956, già diabolico/felpato colonnello nazista in “Bastardi senza gloria”, sia partito da lì per il suo debutto alla regia: gli arrampicatori sociali sono gustosi da raccontare al cinema, specie se in bilico tra determinazione e mitomania, sia pure con un retrogusto “giallo” che inclina al macabro. Infatti ha voluto anche incarnare l’enigmatico Ulrich Gero Mott, riversandovi dentro quel suo tipico modo di recitare, che procede per gesti compiti e trattenuti, voce disciplinata al sorriso, modi cortesi e battute argute, insomma una bonomia affettata che nasconde pensieri poco commendevoli
“Georgetown” si può vedere da martedì 19 maggio, naturalmente a pagamento, sulle seguenti piattaforme “on demand”: Sky Primafila, Apple TV, Chili, Google Play, Infinity, TimVision, Rakuten Tv, The Film Club e CG Digital. Doveva uscire nei cinema con Iif e Vision Distribution, ma si sa come sono andate le cose. Il film è quasi una “black comedy”, un po’ alla maniera del recente “L’inganno perfetto” con la coppia Ian McKellen e Helen Mirren, anche se qui il gioco delle parti è meno malizioso, a suo modo più penoso.
Nell’andirivieni temporale, dopo un prologo quasi visionario, facciamo la conoscenza con questo ometto tedesco che, da stagista frustrato, intende farsi strada nel mondo esclusivo e chic di Georgetown, famoso quartiere diplomatico di Washington. E cosa c’è meglio di una stimata giornalista e “socialite” molto avanti con gli anni, appena rimasta vedova, anch’essa di origine alemanna, per introdursi nel giro che conta?
Lei, l’ottantenne Elsa Brecht, ha i capelli bianchi e la schiena un po’ curva di Vanessa Redgrave: quell’uomo brillante e seduttivo, anche molto servizievole, le fa tornare la voglia di vivere, benché la figlia Amanda, cioè Annette Bening, senta puzza di bruciato. Ma nessuno dei due sembra preoccuparsi della vistosa differenza di età; e intanto lo scaltro Mott mette a frutto le amicizie altolocate della consorte per fondare una ong chiamata “Gpe: Gruppo persone eminenti”. Da Michel Rocard a Kofi Annan, da George Soros a Robert McNamara, in molti sembrano dar credito al furbacchione con la faccia di bronzo che profetizza scenari geopolitici e ostenta rapporti con i nuovi capi dell’Iraq. Tanto è vero che, a un certo punto, lo vediamo indossare una strana divisa grigia con basco rosso: quella da Brigadiere generale delle Forze speciali irachene.
Diviso in sei capitoli, a ricostruire l’identità di Ulrich e il corso sorprendente degli eventi, “Georgetown” arpeggia sui temi del “falso” puntando sulla faccia tosta del protagonista, capace di mettersi e togliersi una benda sull’occhio, di farsi considerare un interlocutore credibile dalla Cia, di spiazzare perfino il giudice chiamato a processarlo. Mutt appartiene un po’ alla famiglia degli “zelig”: è ballista, cazzaro, millantatore, truffatore, bugiardo patentato, insomma “un piccolo pagliaccio patetico”, e tuttavia c’è del genio in quanto riesce a fare, anzi a far credere.
Naturalmente Waltz gigioneggia alla sua maniera nell’indossare la soave improntitudine di Ulrich, senza cercare nemmeno un po’ la simpatia dello spettatore; mentre Vanessa Redgrave e Annette Bening stanno al gioco, condotto sul filo di una torva e ridicola commedia umana.
Per la cronaca, sono Alfred Gero Muth e Viola Herms Drath i nomi veri dei “protagonisti”: lui è attualmente in prigione, lei morì di morte violenta a 91 anni.

Michele Anselmi

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