L’assurdo e il surreale offrono forse la più accurata chiave di lettura dell’epoca odierna? Può darsi che il confine tra obiettività e invenzione sia stato abolito? Le storie raccontate da Salman Rushdie fondono il mondo esteriore e quello interiore fino a farci dubitare che esista una separazione tra i due. La dimensione onirica si riversa nella sfera della coscienza attraverso crepe della percezione. Non trovandosi più al centro dell’attenzione, nei suoi romanzi le divinità della teologia lasciano il palcoscenico e smettono di interferire nelle faccende umane. Ciò non toglie comunque che gli eventi sovrannaturali non continuino a proliferare mentre uomini e donne devono fare i conti con le nuove libertà appena acquisite. In “La città della vittoria”, l’ultimo libro di Salman Rushdie, si assiste alla creazione di un grande impero attraverso il potere divino di una donna eccezionale. I suoi talenti magici trasformano la vicenda umana in un’avventura straordinaria. Una manciata di semi miracolosi riesce a erigere un’intera città dal nulla in una gioiosa celebrazione. Ma le età dell’oro, purtroppo, non sono mai destinate a durare troppo a lungo. Una volta adempiute le sue più audaci ambizioni la protagonista subisce da parte di uno dei suoi nemici una terribile punizione, l’abbacinamento. Viene infatti accecata con chiodi roventi conficcati negli occhi. Il destino ha purtroppo voluto che una variante moderna di questa antica atrocità abbia avuto luogo di recente sotto gli occhi di tutti, a dimostrazione che la letteratura può essere pericolosa e prevedere il futuro per vie oblique. L’osmosi tra attualità e fantasia è di recente culminata in un tragico epilogo.

Il 12 agosto 2022 Salman Rushdie è quasi stato ucciso, anche se per fortuna poi non è andata così. In un attentato dagli esiti millimetrici fra la vita e la morte è stato accoltellato a più riprese da un folle assalitore durante una conferenza organizzata dalla Chautauqua Institution nello stato di New York. Va da sé che la fatwa proclamata nel 1989 dall’ayatollah Khomeini contro lo scrittore ha dimostrato per l’ennesima volta che il fanatismo non sempre conta sull’appoggio di Dio. David Remnick, il giornalista che ha intervistato Rushdie per il “New Yorker” in seguito all’attacco, lascia intendere che l’incitamento di Khomeini ad assassinare Rushdie fosse stato un segno di debolezza e non di forza. La popolarità del regime rivoluzionario iraniano aveva già intrapreso una fase di declino. Khomeini, che mai aveva letto “I Versi satanici”, non possedeva alcun elemento per ritenerli blasfemi. Semplicemente cercò di cogliere un’opportunità sperando di invertire la tendenza delle sue difficoltà strategiche. Anni di guerra con l’Iraq lo avevano logorato fino all’umiliante compromesso di accettare un cessate il fuoco con Saddam Hussein. Salman Rushdie fu costretto a nascondersi, protetto dai servizi segreti britannici. Come deve essersi sentito a vivere senza una propria casa, come un completo sconosciuto? Non ha tuttavia voluto cedere, diventare una creatura della fatwa. Ha deciso di rifiutarsi di scrivere libri vendicativi. Nel lessico di Rushdie V significa Vittoria, non Vendetta. La sua missione è così diventata quella di scrivere in favore della libertà d’immaginazione, della liberazione dalla paura e dall’obbrobrio che le persone possano essere uccise a causa delle loro idee. Ha voluto impegnarsi ad arrecare gioia, nonostante tutto. E ha vinto la sua battaglia, la sua vena creativa non si è mai esaurita. Un giorno gli storici giudicheranno la nostra epoca. L’ordine di ammazzare Rushdie, e il suo conseguente accoltellamento, verranno catalogati tra i decreti più barbarici mai emessi da un qualsiasi regime.

Elvis Presley ci ha liberato il corpo, Bob Dylan ci ha liberato la mente: se queste famose parole di Bruce Springsteen colgono nel segno, allora potremmo aggiungervi che Salman Rushdie ci insegna a volare nella nostra mente. Rushdie apre le porte dell’universo per noi, al di là di spazio e tempo per come comunemente li intendiamo. C’è poco di veramente sacro nei suoi universi paralleli. Lì hai modo di incontrare il dio del colera, il dio della polenta, il dio dei cessi e il dio della spazzatura. Lì ci trovi pure una miriade di riferimenti impliciti o espliciti ai testi di Bob Dylan. Perché Rushdie tramuta in Jonesco lo spelling del drammaturgo dell’assurdo Eugene Ionesco, sostituendo l’iniziale “I” con una “J”, nella stessa riga in cui introduce un personaggio chiamato Mr Jones? Che Rushdie stia forse cercando di dirci che il brano “Ballad of a Thin Man” di Dylan, con i suoi rimandi al teatro dell’assurdo e le sue prese in giro del disorientato Mr Jones protagonista della canzone, altro non sia che un velato omaggio a Eugene Ionesco? Sia nei lavori di Dylan che in quelli di Rushdie niente meglio della sfera surreale riesce a ritrarre la cultura spazzatura che ci pervade, il nostro allontanamento dal buon senso mentre i presupposti della scienza si squagliano e accettiamo incredibili assurdità al limite dell’inverosimile con tanti saluti a un minimo di ragionevolezza. Rushdie ha definito quest’epoca di dissonanza cognitiva come l’Era dove Tutto-Può-Accadere, perché così vanno le cose una volta attraversata la frontiera tra fatti e finzione. Reduce dall’attentato appena subito, Rushdie ha confessato nell’intervista a David Remnick che un seguito alla sua prima autobiografia scritta nel 2012 in terza persona, nella quale assunse il nome in codice post-fatwa di “Joseph Anton” per motivi di sicurezza, è nel novero delle possibilità. Ma quell’approccio distanziato adesso ha fatto il suo tempo. “Questa volta la terza persona non funziona”, ha detto, perché “se qualcuno ti infilza con un coltello la storia ti riguarda in prima persona. Devi raccontarla dicendo ‘io’”. Chissà se Rushdie, in questo frangente dell’intervista, stesse giocando con i concetti di “io” e “occhio” visto che entrambe le parole – “I” ed “eye” – hanno la stesa pronuncia in inglese. Se si considerano le lesioni multiple ricevute e la conseguente perdita della vista dall’occhio destro, Rushdie sembra ormai avere tutte le carte in regola per scrivere una storia dal punto di vista dell’”occhio”, persino dalla prospettiva biblica di “occhio per occhio e dente per dente” per provare a valutare l’effettiva saggezza di quell’antico motto. Nelle sue prossime memorie, se mai deciderà di scriverle, Rushdie ha detto che vorrebbe essere meno panoramico nello stile cercando invece di concentrarsi sul “microscopico”, su un posto angusto da cui partire con il proposito di renderlo universale. Bob Dylan ci ha insegnato in “Every Grain of Sand” che mondi interi si racchiudono all’interno di un granello di sabbia. Rushdie è senz’altro in grado di fare altrettanto, e noi suoi lettori devoti ce lo auguriamo.

Marco Zoppas

Versione inglese