L’angolo di Michele Anselmi 

Parlandone dalla Mostra di Venezia 2021, dove fu presentato in anteprima mondiale fuori concorso, mi auguravo che qualcuno comprasse “Les choses humaines” per distribuirlo in Italia. È successo, grazie a Movies Inspired, che lo lancia nelle sale giovedì 24 febbraio col titolo “L’accusa”, meno sofisticato e allusivo dell’originale, ma forse più incisivo, chiaro. Consiglio caldamente di vederlo.
Tratto dal romanzo “Le cose umane” di Karine Tuil, edito in Italia da “La nave di Teseo”, il film di Yvan Attal è di quelli “da dibattito”, partendo da una prospettiva che il regista sintetizza così: “L’idea è quella di calare il pubblico nei panni di un giurato che in ogni momento si chiede cosa deve pensare per fare giustizia”.
C’è un controverso caso di stupro al centro della faccenda. Il ventiduenne Alexandre Fanel è appena tornato a Parigi dagli Stati Uniti per incontrare i genitori separati: il padre è un noto conduttore televisivo sciupafemmine, la madre un’apprezzata femminista radicale. Il caso porta il giovanotto a uscire con Mila, la figlia diciassettenne del nuovo compagno della mamma. Sembravano piacersi, ma lei il giorno dopo denuncia Alexandre per violenza carnale. Sarà per tutti l’inizio di una dura resa dei conti: con ipocrisie, congetture, pregiudizi e manicheismi. Diviso in quattro capitoli, cioè “Lui”, “Lei”, “30 mesi dopo”, “Le arringhe”, il film offre i diversi punti di vista sulla vicenda e insieme analizza, senza fare sconti a nessuno, contraddizioni, banalità, miserie umane, differenze di classe, difese a priori, incrinature ideologiche.
Insomma, “L’accusa” è un tosta storia processuale e insieme un’indagine familiare, sferzante, anche impietosa, sulla natura umana, il concetto di verità, le ambiguità della seduzione/attrazione, le ipocrisie di un certo pensiero “progressista”. Non a caso spiega il regista a proposito del quadro che ha voluto mettere a fuoco: “Il potere degli uomini e il suo abuso, la cecità del desiderio maschile e le sue conseguenze devastanti, la cultura dello stupro, l’aria grigia del consenso, i social media, la giustizia repubblicana e il tribunale popolare”.
Il film, lungo quasi 150 minuti, scorre via veloce nonostante le digressioni, senza i fronzoli tipici del cinema italiano, riducendo al massimo la musica, benissimo interpretato da attori come Ben Attal, figlio del regista e di Charlotte Gainsbourg che compare nel ruolo cruciale della madre sgomenta, Susanne Jouannet, Pierre Arditi, Mathieu Kassovitz. Occhio alla sequenza finale.

Michele Anselmi