L’angolo di Michele Anselmi

Confesso: non sono riuscito ad andare oltre la prima ora, su 93 minuti totali, per quanto m’è sembrato fesso il tutto. Parlo del film “Ladies First” che danno su Netflix dal 22 maggio. Remake inglese di una commedia francese del 2018, da noi “Non sono un uomo facile” di Eléonor Pourriet, “Ladies First” porta la firma di una brava regista, Thea Sharrock, che apprezzai per “Cattiverie a domicilio”, e sfodera un cast di tutto riguardo: Sacha Baron Cohen, Rosamund Pike, Richard E. Grant, Charles Dance, Fiona Shaw…
Per intenderci siamo dalle parti di “What Women Want – Quello che le donne vogliono”, quel fortunato film del 2000 con Mel Gibson e Helen Hunt, ma ventisei anni dopo tutto diventa più sciocco, lesso e banale, anche a voler apprezzare la prospettiva femminile legata al rovesciamento dei ruoli uomo-donna nel campo della pubblicità.
In “Ladies First” c’è un tronfio e maschilista manager cinquantenne di una grande agenzia pubblicitaria londinese, la Atlas, destinato a diventare Ceo l’anno dopo. Damien Sachs piace alle femmine, si sente un dio, crede di essere un “creativo” ineguagliabile in fatto di birra Guinness (sponsor), ma il suo capo consiglia un piccolo riequilibrio “di genere” all’interno dell’azienda. Per finta, naturalmente. La scelta cade su Alex Fox, che lavora lì da vent’anni: lei pensa di essere promossa per le sue capacità, invece è solo un trucco politicamente corretto.
Nello stesso giorno, sorridendo a una bella fanciulla per strada, un po’ alla maniera del truffautiano “L’uomo che amava le donne”, sbatte la testa contro un lampione: al suo risveglio si ritrova in un mondo comandato dalle donne, la stessa Alex è ora il suo capo, quasi la sua copia carbone ma molto femminile.
Insomma, avete capito: al posto della misoginia vige ora la misandria, sicché Damien dovrà intonarsi al nuovo corso, mettendo da parte l’arroganza maschilista di un tempo e trasformandosi, ceretta nelle parti basse inclusa e ritocchi vari al fisico, in un “oggetto del desiderio” nella speranza di piacere perfino all’attempata Felicity che un tempo era la segretaria addetta al caffè… In attesa che il mondo torni, diciamo, al verso giusto.
Fa sorridere e pensare? A me non pare. Qualcosa del genere succedeva anche in “Nei panni di una bionda”, 1991, di Blake Edwards con Ellen Barkin, ma forse è inutile fare ulteriori paragoni.
Sacha Baron Cohen, che fu il mitico protagonista di “Borat”, è un attore versatile, tendente al comico; ma qui appare fuori ruolo, in evidente difficoltà alle prese con le battute da dire, come tutti gli altri del resto. Il rovesciamento dei ruoli è così schematico (le mogli ruttano e scoreggiano guardando la tv, le dirigenti divorano hamburger e bistecche, gli uomini sono ridotti a servili comprimari, eccetera) da ingenerare un senso di sconforto, pure cinematografico.
Magari, amiche donne, date uno sguardo e mi saprete dire.

Michele Anselmi