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Ladra di identità o vittima inconsapevole? I segreti di “Nancy”

L’angolo di Michele Anselmi

Dice bene lo strillo di lancio: “Ladra di identità o vittima inconsapevole?”. Si può sintetizzare così il dilemma morale che pone allo spettatore “Nancy”, opera d’esordio della regista Christina Choe, premiata in vari festival, tra i quali il Sundance, e ora nelle sale italiane da giovedì 12 dicembre con Mariposa Cinematografica e 30 Holding. Non che sia una passeggiata, per tutti gli 85 minuti spira un’aria mesta sui personaggi; e tuttavia il film propone una sorta di thrilling psicologico, sia pure secondo le formule estetiche del cinema indipendente americano.
Chi è Nancy Freeman? Una trentacinquenne infelice che vive nel cuore di un Missouri livido e freddo, simile a quello di “Un gelido inverno” con Jennifer Lawrence. Casco di capelli neri mal pettinati, fisico androgino, due occhi voraci che ingoiano tutto, Nancy vorrebbe fare la scrittrice, e forse ha talento, ma intanto si arrangia lavorando sottopagata da un dentista. La madre, burbera e malata, la tratta malissimo; lei, per sfuggire a quell’esistenza grama, si finge incinta per incontrare un uomo affranto in cerca di un figlio da adottare.
Ma il trucco non regge, così la giovane donna, guardando la tv, si imbatte in una famiglia benestante che tre decenni prima vide sparire nel nulla la loro bambina, forse rapita. Oggi avrebbe trentacinque anni, proprio l’età di Nancy, e una simulazione fatta al computer rivela una curiosa somiglianza. Il passo successivo è contattare i due genitori, Leo ed Ellen, per dire loro: “Eccomi, sono io, quella che cercate”.
Avrete capito che il film, meditabondo e insinuante, gioca tutto sul non detto, sull’attesa. I genitori, colti e affettuosi, hanno bisogno di credere, ma diffidano della sedicente figlia in attesa che il Dna comprovi; l’impenetrabile Nancy si installa col suo gatto nell’ospitale casa dei due, sentendosi finalmente amata, un po’ recitando un po’ no.
Spiega la regista: “Nancy non è diversa da noialtri, ha un disperato bisogno di amore, di legami, di sentirsi importante, integrata in un mondo che avverte come il suo ma di cui non ha mai fatto parte”. Il film asseconda questo stato d’animo, senza troppo badare alla verosimiglianza, in un crescendo di segnali asprigni e rumori allarmanti (fuori, nella foresta, echeggiano gli spari dei cacciatori). E certo trova in Andrea Riseborough, attrice inglese assai versatile che presto vedremo in tutt’altro ruolo nella serie tv “ZeroZeroZero” di Stefano Sollima, un’interprete ambigua al punto giusto, non sai appunto se truffatrice o sventurata (doppia Katia Sorrentino). I due genitori sono incarnati, con ovattata e dolente misura, da Steve Buscemi e J. Smith-Cameron.
Qui in Italia un film del genere l’avrebbe interpretato Alba Rohrwacher, che molto somiglia per fisico e temperamento a Riseborough, ma è anche vero che da noi nessuno metterebbe dei soldi in un film del genere. Occhio al formato: cambia nel corso del film, dal più quadrato 4:3 al rettangolare 19:9, quasi a dirci che strada facendo si amplia il mondo emotivo, la prospettiva umana, della smarginata Nancy.

Michele Anselmi

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