L’angolo di Michele Anselmi

Per dirla con una battuta, “L’amante dell’astronauta”, oltre ad essere “una commedia spudoratamente felice”, come l’ha definita il regista argentino Marco Berger, classe 1977, è una storia felicemente “gay after”. Ci si chiede, infatti, se nel corso di quasi due ore sboccerà l’amore tra un omosessuale tranquillo e un etero convinto, entrambi ventottenni, come del resto gli attori che li incarnano: Javier Orán e Lautaro Bettoni. Strano film, molto parlato, a tratti verboso, ricolmo di cine-citazioni buffe, girato stando addosso ai visi e ai corpi dei due personaggi, dentro una dimensione sdrammatizzante che sarà apprezzata, credo, dalla comunità queer. Nelle sale con Circuito Cinema da giovedì 20 giugno.
Siamo su una spiaggia argentina vicino a un bosco, d’estate. Pedro raggiunge alcuni coetanei, tre ragazze e tre ragazzi, che passano lì pochi giorni di vacanza, dividendosi le stanze da letto. Pedro è serenamente gay, non cerca avventure sessuali; tanto meno con Maxi, l’unico amico, che non vede da una decina d’anni e piace a tutte le femmine. Tuttavia qualcosa scatta tra i due, all’inizio per scherzo. Forse per far ingelosire una fanciulla, Maxi propone a Pedro di fingersi una coppia omosex, di comportarsi come se fossero amanti, per vedere l’effetto che fa. Il sesso non è previsto dalla “piccola messa in scena ridicola”, insomma tutto viene consumato sul piano verbale, in una sorta di chiacchiera spregiudicata che procede a colpi di allusioni esplicite: alle dimensioni della “pica” (il bigolo), alle pratiche anali, alle polluzioni notturne, alle erezioni mattutine dette “morningwood”, eccetera.
Sta qui, a ben vedere, la scommessa estetica di “L’amante dell’astronauta”: nell’inondare lo spettatore di continui riferimenti carnali senza mai mostrare un amplesso, quasi a rendere il corteggiamento reciproco una sfida dialettica in bilico tra asprezza lessicale e tenerezza sentimentale. Pedro, forse per difendersi dal desiderio che gli sta crescendo dentro, si mostra saggio, quasi reticente; Maxi, sempre più confuso, cela dietro tutto quell’abnorme parlare di misure un imbarazzo che sta per sciogliersi.
Dedicato a Vieri Razzini, il critico e saggista scomparso anni fa, animatore di Teodora Film insieme a Cesare Petrillo, “L’amante dell’astronauta” prende il titolo da una battuta che Pedro scandisce a Maxi: “Se fossi un astronauta non diresti che non lo sembro”. Tra l’essere e l’apparire si srotola infatti il match amoroso, solo a tratti un po’ inerte, sul filo del non-detto-troppo-detto, per il quale sono stati fatti i nomi dei registi Xavier Dolan e Andrew Haigh, ai quali io aggiungerei quello di Alain Guiraudie (“Lo sconosciuto del lago”).
Con buona pace di papa Francesco, direi che la “frociaggine” di cui tanto si parla oggi sia inserita qui in un discorso curioso, non del tutto prevedibile, sull’amicizia e l’amore tra maschi. Senza i toni fiammeggianti cari a Ferzan Özpetek, anzi a luce naturale, usando corpi normali, come per raccontare qualcosa che può succedere o anche non succedere.

Michele Anselmi