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“L’amica”. La roulette russa delle relazioni sociali nel thriller Netflix

“Tutti quanti mentono, ma l’importante è scoprire chi dice la verità affidandoci ai gesti, ai dettagli. Questo è il nostro lavoro”.

Francisco Juánez, capo del corpo di polizia nel thriller argentino Netflix “L’amica”, rivela sul finale il focus del film: le persone mentono, per proteggere sé stessi o gli altri, ma tutto ciò rende labile ogni tipo di rapporto sociale. È necessario dubitare perfino degli amici e lo sanno bene Manuela Pelari, neo poliziotta a cui è stato affidato il compito di indagare sul suo capo, e Gloriana, vittima proprio della sua migliore amica.
Il ritmo della narrazione è altalenante, i primi venti minuti sono resi lenti dalla presenza di tre delitti, non legati tra loro ma raccontati all’interno della stessa tempistica. Oltrepassato questo lasso di tempo il ritmo si fa più veloce, seguendo l’andamento dei pedali della bicicletta presente nella prima scena. Un incidente ferma il movimento di quei pedali così come quei venti minuti scandiscono il cambio di rotta della narrazione. Vengono eliminati tutti gli elementi superflui, il primo omicidio si risolve velocemente e lascia spazio a contenuti più articolati. Gli altri due omicidi, infatti, presentano tematiche più profonde tra cui le relazioni amicali, i rapporti professionali e di potere, i disturbi psicologici, le credenze della cultura gitana e la corruzione. Le tematiche non vengono mai approfondite del tutto, spesso sono appena accennate, ma il loro valore emotivo è intuibile dai toni scuri che accompagnano le scene variando dal nero al marrone, dal grigio al rosso del sangue delle vittime, fino ad arrivare ad un bianco pallido che non riesce quasi mai a contrastare le ombre.
Nelle prime scene il thriller sembra appartenere al genere noir, tanto da poter quasi associare l’ambientazione del bosco a quella della serie “The Vampire Diaries”. Ne “L’amica”, però, non ci sono creature misteriose nascoste nell’ombra, ma uomini e donne che fino alla fine celano scomodi segreti. La descrizione dell’indagine poliziesca è dettagliata e precisa, quasi quanto il carattere di alcuni dei protagonisti che, in modo insistente e persuasivo, cercano la giusta chiave per raggiungere la confessione dei sospettati. La narrazione, dunque, fornisce allo spettatore gli strumenti per creare una propria mappa mentale che forse svelerà l’identità dell’assassino perché, nonostante gli indizi spesso chiari, il dubbio è sempre dietro l’angolo. Sospetti, false testimonianze, oggetti e prove mancanti traggono in inganno, come anche la complessa psicologia dei personaggi che manca del supporto di flashback che consentirebbero di comprendere appieno le loro storie e la loro sfera emotiva.
Nonostante siano due i personaggi di riferimento, nel thriller non c’è un vero protagonista o meglio il titolo ne svela uno latente: la veridicità dei rapporti di fiducia, spesso compromessi dai suoi stessi componenti perché, proprio come afferma Schopenhauer “Gli amici si definiscono sinceri. Ma solo i nemici lo sono”.

Cristina Quattrociocchi

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