L’angolo di Michele Anselmi

Uscito dalla Mostra di Venezia 2022 con due premi, il Leone d’argento per la migliore regia e il “Mastroianni” per la migliore attrice esordiente, il nuovo film del cinquantunenne Luca Guadagnino arriva mercoledì 23 novembre nelle sale, targato Vision Distribution. Resta purtroppo il titolo originale inglese, nemmeno facile da pronunciare: “Bones and All”, cioè “fino all’osso”, benché la traduzione migliore, con cinico retrogusto, sia “pasto completo”, almeno dal punto di vista di un cannibale che vive ed opera negli Stati Uniti. Sì, avete letto bene.
Guadagnino, sulla scorta di una sceneggiatura di David Kajganich, gira una sorta di romantica ballata “on the road” su un tema assai respingente, provando a riscattare l’orrore, pure mostrato all’insegna di un notevole Grand Guignol, con la cosiddetta forza dell’amore. Se nella saga di “Twilight”, certo molto più patinata e per teen-ager, era la leggenda dei vampiri ad animare il tutto, qui appunto è l’antropofagia, presa come manifestazione estrema del disagio emotivo in una fetta dell’Occidente.
Siamo negli anni Ottanta, non più quelli craxiani/italiani di “Chiamami col tuo nome”, sotto il segno di Reagan, nell’America profonda e marginale, in buona misura “white trash”. Non per niente scrive il facoltoso Guadagnino: “C’è qualcosa nei diseredati, in coloro che vivono ai margini della società, che mi attira e commuove”.
Maren, diciottenne molto carina, figlia di un padre nero e di una madre bianca, è sempre in fuga. Capiamo perché nell’incipit: a una coetanea che nottetempo l’ha invitata a casa per festeggiare, fingendosi lesbica, spolpa in un secondo il dito anulare di una mano, fino all’osso appunto, e subito scappa con le labbra sporca di sangue. Tocca ripartire al volo, il padre è abituato a quegli “incidenti”. Comincia così il road-movie che porterà la ragazza da uno Stato all’altro dell’America, specie dopo essere mollata pure dal genitore esausto.
Pare che i cannibali si riconoscano a distanza, dall’odore, si annusano: infatti Maren è avvicinata da uno strano tipo, Sully, che la porta in una bella casa lì vicino, dove il pasto – una signora lasciata agonizzare sul pavimento – sta per essere servito. Ma l’incontro cruciale è con Lee, un vagabondo bello e disinibito che ha lo stesso viziaccio di Maren e Sully. Chiaro che sboccerà l’amore tra i due, su un lago di sangue, e tante cose devono ancora accadere sulle strade di quell’America misera e torva.
Non pensate all’eleganza snob di Hannibal Lecter, tantomeno al mitico finale di ”Andrò come un cavallo pazzo” di Fernando Arrabal; i cannibali che incontriamo nel film sono lerci, pieni di tatuaggi o strani gadget, s’introducono nelle case per rubare, sembrano “tossici”, ghignano battute del tipo: “Sparami o vattene, non mi piace mangiarlo freddo” e rimpiangono i Kiss di “Lick It Up”.
Il dilemma morale del film sembrerebbe questo: come convivere con ciò che non riusciamo a controllare? “Per un po’ vorrei vivere come tutti” chiede infatti Maren, sognando una “normalità” improbabile. Lei è incarnata con sensibilità da Taylor Russell, infatti premiata al Lido, mentre Lee indossa la magrezza sensuale di Timothée Chalamet, che fu lanciato da Guadagnino; in ruoli diversi attori del calibro di Jessica Harper, Mark Rylance, Chloë Sevigny, Michael Stuhlbarg (quest’ultimo fa davvero paura). Quanto allo stile, Guadagnino rinuncia stavolta ai noti estetismi, spesso sfiancanti, costruisce bene la tensione, certo molto si diverte con emoglobina e brandelli di carne ciancicata, ogni tanto evoca i film sugli zombie, forse omaggia “La rabbia giovane” di Terrence Malick e “Lasciami entrare” di Tomas Alfredson, magari con un remoto pensiero a “I Cannibali” di Liliana Cavani.

Michele Anselmi