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“L’angelo del crimine”, la storia semi-vera del serial killer argentino

L’angolo di Michele Anselmi 

Ha i colori smaglianti dei film di Pedro Almodóvar, specialmente quel mix di rosso acceso e verde smeraldo, e infatti il regista spagnolo è tra i produttori di “L’angelo del crimine”, anche se la storia è ambientata nella Buenos Aires del biennio 1971-’72 e i personaggi, desunti dalla cronaca nera, portano da tutt’altra parte: per stile, amoralità, ferocia, nichilismo.
Passato a Cannes 2018, il film argentino di Luis Ortega, classe 1980, arriva nelle sale italiane (da giovedì 30 maggio con Bim e Movies Inspired), e chissà se troverà un suo pubblico. Perché c’è qualcosa di respingente, nonostante le bellurie estetiche e la composizione interessante delle immagini, nella storia di Carlos Robledo Puch, il ladro e assassino che ancora oggi, 46 anni dopo i fatti di sangue, è “ospite” delle galere argentine.
Ortega, nel dirsi affascinato dalle pulsioni criminali, reinventa la figura di “Carlitos” pescando negli archivi dell’epoca e insieme componendo una sorta di ballata attorno alle sanguinose gesta di quel tardo adolescente che finì col diventare una sorta di pericolo pubblico n.1. Biondo, riccioluto, efebico, dal volto aggraziato, quasi angelico (di qui il titolo originale “El Angel”), sessualmente ambiguo, forse gay nonostante la presenza di una fidanzata, il giovanotto agì da psicopatico, probabilmente senza esserlo, sfidando ripetutamente la morte, di sicuro muovendosi come un “assassino nato”.
Fu definito “Lo sciacallo col volto di donna”, oltre che “l’angelo nero”, e pare che si divertisse a indossare orecchini rubati per assomigliare un po’ a Marilyn Monroe. Del resto, c’è una scena del film in cui il suo complice machissimo Ramón paragona entrambi a “il Che e Fidel”, mentre Carlos risponde malizioso: “No, Evita e Peron”.
Il film ricostruisce le gesta del diciottenne criminale che si crede “una spia di Dio”. Abile nell’introdursi nelle case dei ricchi, spesso vuote, Carlos ruba con calma, prendendosi il suo tempo, fermandosi anche a danzare sensualmente in quegli ambienti eleganti, teorizzando che “il mondo è dei ladri e degli artisti”. Ma presto non gli basta più svaligiare case. Un furto di pistole eseguito per farsi bello con la famiglia perversa del suo amico lo proietta in un più alto livello criminale; e a quel punto, nell’ingigantirsi delle atrocità (11 omicidi e 42 rapine), Carlos si sentirà a suo modo intoccabile, imprendibile, una specie di leggenda.
L’aria del tempo, tra pantaloni a zampa di elefante, giacche di pelle, arredamenti, “pere” d’eroina, teorie lombrosiane di ritorno, automobili d’epoca, pure le versioni spagnole di “Non ho l’età” e “House of the Rising Sun”, viene restituita da Ortega in una chiave di macabro sarcasmo, quasi prefigurando il golpe militare che pochi anni dopo, nel 1976, avrebbe insanguinato l’Argentina. Lorenzo Ferro, nei panni del giovane ribelle “senza causa”, si muove come un enigma, apparentemente privo di scrupoli, deciso a sacrificare tutto e tutti (amici, donne, famiglia, complici) all’affermazione narcisistica di sé.
Il film, lungo due ore, abbastanza compiaciuto sul versante sessuale, non cerca la simpatia dello spettatore, non approfondisce il versante psicologico; anche per questo, nella reiterazione dei crimini inutili o delle gesta efferate, finisce con l’annoiare un po’.

Michele Anselmi

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