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L’apparenza lascia il posto all’essenza in “Amore al quadrato”

A pochi giorni dalla festa di San Valentino esce su Netflix, l’11 febbraio, “Amore al quadrato”, il film di origine polacca che ha la capacità di mostrare quanto l’amore sia declinabile in mille modi diversi: per il partner, per la famiglia, per il proprio lavoro, amore per la vita.
La scena si apre con le riprese su più piani di una bellissima modella che scopriremo chiamarsi Klaudia, occhi azzurri, capelli ricchi, abiti sensuali e tacchi a spillo. Dall’altra parte uno sciupafemmine, una celebrità conosciuta in tutto il Paese di nome Enzo: abiti eleganti, sorriso ammaliante, fisico scolpito ma anche un gran bugiardo. Lo spettatore deve stare molto attento, infatti dietro la modella e il playboy si nascondono altri due personaggi che entreranno inconsapevolmente in contatto: Klaudia è in realtà Monika, insegnate delle scuole elementari con capelli lunghi e lisci, abbigliamento estremamente semplice e gli occhiali da vista, impegnata a salvare il padre da un grosso debito; Enzo in realtà è Stefan, un ingegnere, amante dei bambini ed estremamente sentimentale. I due personaggi si incontrano casualmente su un set pubblicitario, ma entrambi hanno un doppio volto di cui solo Klaudia/Monika è realmente consapevole e che la porterà a scoprire pian piano l’uomo di cui si sta innamorando. Il titolo stesso “Amore al quadrato” si lega a questo concetto di duplicità, ogni parte dell’uno si rispecchia e si innamora della corrispondente parte dell’altro. La costruzione della narrazione e la logica della storia porta, dunque, una riflessione: le potenzialità di una persona derivano fortemente dal contesto in cui è inserita? Monika e Stefan dimostrano come questo sia vero, quanto sia limitante un contesto rispetto alla personalità di ognuno, quanto l’immagine di sé sia necessariamente legata al proprio valore interno. Monika, in particolare, dovrà lottare su due fronti per rompere tale preconcetto, sia su quello professionale di insegnate, sia su quello personale di donna che, a dispetto di tutto, sono due rette parallele che si incontreranno in un preciso punto: la sua immagine compromette la sua professionalità.
Monika e Stefan hanno un ruolo ben preciso, ovvero quello di mostrare come il binomio immagine – personalità sia necessariamente inopportuno e lo spettatore ne inizia a comprendere la riuscita quando gli sguardi e i colori della scenografia tendono ad essere sempre più aperti e analoghi, come a segnare una nuova apertura che pian piano si fa strada nelle vite dei personaggi. È solo quando le barriere tra i due mondi iniziano a cedere che si destrutturano le figure “scenografiche” di Klaudia e Enzo per lasciare finalmente il posto a Monika e Stefan: via tutti gli accessori per lasciare il posto all’essenza. La forza simbolica del film risiede proprio nel messaggio di sottofondo: tutto è bene quel che finisce bene se il valore di una persona è dato dal suo valore intrinseco e non dalla sua costruzione esterna.

Cristina Quattrociocchi

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