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L’ATTORE DI “QUASI AMICI” ALLA RICERCA DELLE PROPRIE RADICI. “IL VIAGGIO DI YAO” È SOPRATTUTTO IL VIAGGIO DI OMAR SY

L’angolo di Michele Anselmi

Dopo “Quasi amici” Omar Sy è diventato una celebrità: in otto anni ha girato dieci film, alcuni per grosse produzione americane, vive a Los Angeles, anche se la Francia resta il suo Paese di riferimento, pure per ragioni linguistiche. Non sorprende quindi che il 41enne attore nero, giunto al successo pieno, abbia voluto prestarsi a un piccolo road-movie che lo riporta in Africa, in quei luoghi al confine tra Senegal e Mauritania da dove partirono i suoi nonni.
“Il viaggio di Yao”, scritto e diretto dal bianco Philippe Godeau, pure lui affetto da “mal d’Africa”, in fondo è una sorta di riappacificazione con le proprie radici, un pellegrinaggio più mentale che fisico, un fare i conti con le strettoie dell’esistenza, le incognite del caso.
“Il destino è Dio che passeggia in incognito” sentiamo dire nel film, da giovedì 4 aprile nelle sale con Distribuzione Cinema. Il destino fa incontrare il famoso e infelice attore francese Seydou Tall, volato a Dakar per presentare un suo libro, e un tredicenne, Yao, che è scappato da casa, percorrendo da solo quasi 400 chilometri, per incontrare la star di cui ha letto qualche pagina per caso. Yao è sveglio, dignitoso, conosce i libri su Harry Potter ma anche “20.000 leghe sotto i mari” di Jules Verne, soprattutto non si mostra in soggezione nei confronti di Seydou. Il quale, a un passo dal divorzio e irrisolto nel rapporto col figlioletto rimasto a Parigi, decide di accompagnare a casa quel ragazzino rompiscatole prima di riprendere l’aereo.
Il polveroso viaggio a bordo di una sbidonata Peugeot, tra tenere disavventure e scoperte inattese, è l’architrave del film dall’andamento picaresco, pure “buonista”.
Immerso in un Senegal arso, brullo e per nulla turistico, “Il viaggio di Yao” gioca un po’ con gli stereotipi del genere, ma senza esagerare. Il regista filma la moltitudine di musulmani che pregano per strada, la vita placida e rituale dei villaggi, le consuetudini delle popolazioni interne, c’è anche tempo per un bagno in quel mare che Yao non ha mai visto in vita sua. E intanto l’attore famoso, che pochi in realtà riconoscono da quelle parti, incontra una fiera cantante randagia con la quale passa una notte d’amore e una carismatica “maga” che lo conduce in riva al fiume, di notte, perché faccia pace con i suoi avi.
Omar Sy recita per sottrazione, senza virtuosismi, incarnando il divo “nero fuori e bianco dentro”, in bilico tra due culture e due Paesi; mentre la scena è tutta per l’esordiente Lionel Basse, che fa di Yao il vero protagonista della vicenda, per grazia ed espressività. C’è un po’ troppa musica spalmata in ogni scena, tra etnica e blues (la firma Matthieu Chedid): a volte si vorrebbe un po’ di silenzio quando i due parlano, ma il ripescaggio di “Three Little Birds” by Bob Marley ci sta tutto.

Michele Anselmi

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