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“Lavoro a mano armata” mostra il lato oscuro della precarietà

Si dice che quando si odia un personaggio negativo, vuol dire che il suo interprete ha colpito nel segno. Eric Cantona nei panni di Alain Delambre, protagonista della serie Netflix “Lavoro a mano armata”, sembra quindi essersi calato appieno nell’anima del suo personaggio, nonostante Alain non sia classificabile come negativo a tutti gli effetti. Alain è un uomo sulla cinquantina che dopo quarant’anni di lavoro si ritrova disoccupato e senza la possibilità di modificare la sua posizione. Sposato, con due figlie ormai adulte, è costretto ad accontentarsi di lavoretti malpagati che gli riservano solo forti umiliazioni. Complice l’età avanzata, Alain non ha chance e involontariamente si fa portavoce di molte persone nella stessa condizione, come sarà chiaro in seguito al racconto della sua storia in mondovisione. Come uscire da quella condizione di precariato che avvelena la sua anima? Come riavere la propria dignità?

“Lavoro a mano armata” è tratto da una storia vera, una storia di disoccupazione, depressione, incapacità di risollevarsi nonostante gli svariati tentativi. Il tema della disoccupazione riecheggia forte, soprattutto nel contesto odierno in cui l’incertezza è compagna fedele di gran parte della popolazione nazionale e mondiale. La frustrazione per la sua precarietà lavorativa rende Alain un uomo carico di rancore, rabbia, risentimento, violenza che ne fanno una bomba pronta ad esplodere. A nulla servono l’amore della famiglia e degli amici perché Alain è come un pesce fuor d’acqua, nella sua testa ricopre il ruolo dell’outsider, un uomo rifiutato dalla stessa società con cui ogni cittadino ha il diritto e il dovere di mantenere un patto sociale. “Perciò vi domando: chi ha rotto il patto sociale? Chi giudichiamo oggi? L’azienda che complottava un sequestro? La società che sfrutta e scarta? No. È Alain Delambre che giudichiamo. È lui la minaccia”. Le parole di Lucie, figlia e avvocato di Alain, nell’aula di tribunale esprimono fortemente l’ingiustizia su cui è basata una società che costringe i suoi membri a sentirsi esclusi senza averne colpa. L’aspetto negativo sta però nelle conseguenze finali: la sola vittima di tutto è l’individuo il quale, chiudendosi in quella prigione buia che prende il posto dell’interiorità, rischia di rimanere totalmente isolato dal mondo.

Lo stesso nome della serie riporta come soggetto “lavoro” e non “rapina”, termine a cui assoceremo più facilmente la seconda parte del titolo “a mano armata”, proprio perché è quel lavoro che “nobilita l’uomo” a creare dei mostri al momento della sua perdita: uomini e donne egoisti, violenti, vendicativi e alla ricerca di un capro espiatorio. Questo è quello che fa Alain Delambre, rendere l’azienda Exxya l’emblema del potere che schiaccia i più deboli. Quasi per ironia se “Diavoli”, serie tv SKY, guarda alla condizione economica e sociale dal punto di vista dei potenti, “Lavoro a mano armata” cambia la prospettiva e porta lo spettatore ad osservare con gli occhi dei più deboli.

Cristina Quattrociocchi

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