L’angolo di Michele Anselmi

Proprio il giorno di Natale, cioè domani 25 dicembre, arriva nei cinema “7 donne e un mistero” di Alessandro Genovesi, e se il titolo vi dice qualcosa, be’ avete ragione. Nel lontano 2002 uscì una commedia noir di François Ozon chiamata “8 donne e un mistero”: era tratta da una pièce di Robert Thomas e il regista francese la personalizzò facendone una specie di musical (ogni personaggio si presentava con un balletto e una canzone). Quasi vent’anni dopo, prodotta da WildSide e Warner Bros, ecco la versione italiana, che perde una delle donne in cartellone, e soprattutto addolcisce una certa, insinuante, morbosità di fondo, ramo “incesto & lesbismo”, che poi era il tratto distintivo del testo originario, anche la sua forza non pacificata.
Genovesi e la sceneggiatrice Lisa Nur Sultan spiegano di aver voluto alleggerire il clima generale della vicenda per farne una commedia prettamente natalizia, sia pure col morto, cioè un po’ alla Agatha Christie, con una spruzzatina del classico “Invito a cena con delitto” o del recente “Cena con delitto – Knives Out”. Insomma un giallo squisitamente femminile, con “sette pazze” – così le definisce il regista – intente a mentirsi a vicenda mentre il padrone di casa, Marcello, giace cadavere sul letto con un coltello conficcato nella schiena.
Se nel film francese tutto si svolge negli anni Cinquanta, qui la vicenda viene retrocessa agli anni Trenta, si direbbe per renderla ancora più remota, stilizzata, liberty. Siamo sempre a Natale, in una villa isolata circondata dalla neve. Per ricongiungersi alla famiglia in vista del pranzo canonico, arriva la giovane Susanna, che forse nasconde un segreto. La dimora elegante è una sorta di gineceo. A parte Marcello, l’unico uomo che non vediamo mai in viso, né da vivo né da morto, ci sono: la scafata padrona di casa Margherita, le sue figlie Caterina e appunto Susanna, la sorella zitella e ipocondriaca Agostina, la procace cameriera napoletana Maria e la brontolona nonna Rachele. Alle sei donne, mentre tutto si complica e nessuno ha ancora chiamato la polizia causa telefono isolato, si aggiunge la “femme fatale” Veronica, che infatti porta i capelli alla maniera di Veronica Lake e di Marcello è l’amante storica, ma non l’unica.
Naturalmente tutte nascondono qualcosa: rancori, avidità, gelosie, pulsioni inespresse, propositi di fuga, maternità dubbiose. Solo che, mentre tutto sembra aggrovigliarsi e si odono sinistri rumori, le sette donne pervengono a una resa dei conti che potrebbe custodire qualcosa di buono per il futuro…
L’impianto teatrale da “dark comedy” d’epoca va benissimo, pure i costumi dai colori vivaci e le acconciature ondulate ci stanno; solo che qua e là spira un’aria da compagnia filodrammatica, nonostante il rango delle attrici coinvolte. La migliore in campo mi pare Margherita Buy, che fa la cinica, o forse solo rassegnata, padrona di casa, in una tavolozza di tinte che oscilla tra il rosso e il biondo; poi ci sono Diana Del Bufalo, Sabrina Impacciatore, Benedetta Porcaroli, Micaela Ramazzotti e Luisa Ranieri, rispettivamente nei ruoli di Susanna, Agostina, Caterina, Veronica e Maria, tutte spinte a una recitazione sopra le righe, spesso a ruota libera. Fa sorridere solo Ornella Vanoni, e non perché incarni bene l’ottuagenaria Rachele con la sua ricca dotazioni di azioni e il bicchiere sempre in mano: semplicemente perché si limita a rifare sé stessa, un po’ come l’abbiamo conosciuta in questi ultimi anni, biascicando un po’ le battute e mandando tutte a quel paese.
Poi, certo, la confezione è smaltata, elegante: penso alle musiche di Andrea Farri, ai costumi di Francesca Sartori, alla fotografia di Federico Masiero, alle scenografie di Massimo Sturiale. Tuttavia si esce da “7 donne e mezzo”, che dura soltanto 82 minuti, con la sensazione che manchi qualcosa, pure sul piano dell’intreccio e delle dinamiche drammaturgiche. Per la serie: tutto qui?
PS. L’ottava donna, nell’originale francese, si chiamava Pierrette, la interpretava Fanny Ardant: era la sorella del caro estinto. Chissà perché toglierla di mezzo in questa riscrittura italiana.

Michele Anselmi