HIGHLIGHTS Recensioni

“Le cose che non ti ho detto”. Scene dal post-matrimonio: Bening vs. Nighy on demand

L’angolo di Michele Anselmi

Il senso di “Le cose che non ti ho detto” è racchiuso in una frase che echeggia in sottofinale. Dice: “All’inizio c’erano tre persone infelici, ora ce n’è solo una”. Non sembri cinica o crudele, perché in amore spesso le cose vanno proprio così. Scritto e diretto dal regista britannico William Nicholson, classe 1948, noto per la sceneggiatura del “Gladiatore”, il film è disponibile a pagamento “on demand”, da venerdì 29 maggio, sulle piattaforme SkyPrimafila Premiere, Chili, Google Play, Apple Tv, Infinity, TimVision, Rakuten Tv e Cg Entertainment.
Siamo un po’ dalle parti di “45 anni”, ma in una chiave meno fosca, benché sempre di un matrimonio che scricchiola si parli. Nicholson racconta di essersi ispirato al divorzio lontano dei suoi genitori, iniettando nel copione, di densa impostazione teatrale, echi e patimenti autobiografici, probabilmente riconoscendosi nel personaggio del figlio ventottenne che osserva lo sbriciolarsi del rapporto tra mamma e papà. Che sono Grace e Edward, sposati da 29 anni, intellettuali, benestanti con bella casa a Seaford, a un passo dalle alte scogliere che sorvegliano lo Stretto di Dover.
Lei, ancora piacente e molto religiosa, è alle prese con un’antologia di poesia, infatti cita a memoria i versi di William B. Yeats, Christina Rossetti ed Henry King; lui, più anziano, è un ex insegnante che aggiorna le voci storiche di Wikipedia e sembra ossessionato dai crudi dettagli della Ritirata di Russia napoleonica. Una coppia di lungo corso, che si sopporta senza infastidirsi a vicenda, ma incapace di un briciolo di tenerezza. Grace un giorno protesta: “Voglio una reazione, un vero matrimonio. Perché scappi sempre da me?”. Edward replica: “Ho sempre la sensazione di essere nel torto con te, mi fai sentire sbagliato”. Un attimo dopo l’uomo confesserà al figlio Jamie, passato a trovare i genitori: “Ho intenzione di lasciare tua madre. Per quanto sembri ridicolo, mi sono innamorato”.
Il film, poco meno di 100 minuti, targato Vision Distribution e Cloud 9, è la cronaca di una separazione non consensuale, senza buoni e cattivi, per alcuni versi la fotografia di un rovesciamento dei ruoli. Edward, prima così mite e remissivo, quasi rassegnato, molla tutto per raggiungere la nuova compagna, Angela; Grace, prima così imperativa ed energica, cade in una depressione fonda; in mezzo, tra i due, c’è Jamie, che non vuole prendere partito e ha già i suoi guai con una ragazza.
L’andamento è lento ma per nulla tedioso. Nicholson disseziona quel matrimonio e ne rivela i brandelli emotivi, i non detti sentimentali, le ipocrisie comportamentali, in modo da far affiorare il concetto poetico del “Sono stato già qui”, insomma il valore universale di quanto stiamo vedendo e ascoltando. Magari c’è qualche panorama di troppo sulla scogliera e ogni tanto la musica inclina al drammatico, però la “pièce” malinconica è orchestrata con abilità, i dialoghi sono brillanti ma non artificiosi, i tre protagonisti, bene doppiati nella versione italiana, scelti con cura. Lei è Annette Bening, dall’età portata senza trucchi; lui è lo straordinario Bill Nighy, per tanti anni relegato in ruoli secondari; il figlio è Josh O’ Connor, già infelice principe Carlo in “The Crown”.
Conclusione: se fosse uscito al cinema, io avrei pagato il biglietto per vederlo.

Michele Anselmi

Condividi quest'articolo