L’angolo di Michele Anselmi 

“Ci sono solo due caste in India: quella con la pancia piena e quella con la pancia vuota”. Magari non è vero, ma così la pensa il giovane Balram Halwai, nato e cresciuto in uno sperduto villaggio indiano, tra fame e stenti, come vivendo in una stia di polli pronti ad essere decapitati ed eviscerati per diventare cibo. Il suo destino di “servo”, anzi di sottomesso, è segnato sin dall’infanzia, e sembrerebbe già un’incredibile botta di fortuna essere diventato autista di un ricco figlio di papà tornato dagli Stati Uniti con una moglie disinibita e tante idee di guadagno in testa. Ma Balram non impiega molto a capire che dietro i modi affabili si staglia il bieco sfruttamento di sempre, e a quel punto, fingendosi accondiscendente, comincia ad orchestrare un piano luciferino per liberarsi da tutti e tutto. La parolina magica? “Outsourcing”, che suona meglio di “esternalizzazione”.
Consiglio vivamente di vedere “La tigre bianca” su Netflix, perché è un film aspro e feroce, sarcastico e dolente, un ritratto dell’India più o meno odierna, anche se la storia si svolge in massima parte tra il 2007 e il 2013. Alla base c’è un fortunato romanzo di Aravind Adiga, scrittore indiano oggi emigrato in Australia, che il regista Ramin Bahrani, americano di origini iraniane, sceneggia e porta al cinema con capitali perlopiù statunitensi (appunto Netflix più la produzione esecutiva di Rajkummar Rao e Priyanka Chopra, pure interpreti). Ma non pensate a una specie di “The Millionaire” di Danny Boyle, anzi quel fortunato film del 2008 è allegramente sfottuto in una battuta al vetriolo.
Diciamolo subito: nessuno è buono in “La tigre bianca”, tutti hanno scheletri nell’armadio, rancori sottopelle, ambizioni meschine e un mostruoso cinismo, a partire dalla corrotta premier donna sempre chiamata “La Grande Socialista” (chissà a chi si allude). Il servile Barlam non è poi così migliore del suo padrone Ashok, che pure si mostra “democratico” e informale. Ma se non vuole soccombere, vittima della secolare logica di sfruttamento/annientamento, deve farsi furbo.
“Il futuro non è dei bianchi, ma di noi marroni e dei gialli” teorizza il giovanotto una volta diventato facoltoso imprenditore in quel di Bangalore: e da lì, con una lettera inviata al ministro cinese Wen Jiabao che sta per sbarcare in India, comincia il lungo flashback scandito dall’io narrante.
Il titolo si riferisce alla rara tigre bianca del Bengala che caccia di notte e marca il territorio urinando sugli alberi o lacerando la corteccia con gli artigli. Barlam ad essa si ispira nell’approntare la sua scalata al potere, che sarà fulminante e costellata di vittime. Ormai influente e rispettato, ma in fondo solo, dal suo ufficio osserva i dipendenti: e se anche loro fossero polli rinchiusi in una stia?
L’attore indiano Adarsh Gourav, classe 1994, è soave, stupefatto e ambiguo al punto giusto nell’incarnare quest’arrampicatore sociale determinato a rompere le catene, anche mentali, che lo imprigionano. Magari il film, lungo oltre due ore, ogni tanto gira un po’ a vuoto, specie nella prima parte; quanto all’uso prevalente dell’inglese, con inserti in lingua indiana, si spiega con la destinazione commerciale. Ma di sicuro “La tigre bianca” sa come farsi seguire, applicando moduli stilistici occidentali alla storia di forte impianto locale, in una chiave di impietoso “pamphlet” sulle logiche del nuovo capitalismo.
Dimenticavo: è un italiano a firmare la fotografia, il formidabile Paolo Carnera di film come “Favolacce” e serie come “ZeroZeroZero”. Come sia arrivato lì non saprei dirlo, ma mi fa molto piacere.

Michele Anselmi