L’angolo di Michele Anselmi 

Pietro Marcello, casertano, classe 1976, ha girato il suo primo film in Francia, si chiama “Le vele scarlatte”. Lo trovo bello, raro e poetico, mai poetizzante per fortuna. Marcello lo definisce “un film semplice, lineare, popolare”, sull’ultimo aggettivo avrei francamente dei dubbi con l’aria che tira per il cinema d’autore in sala oggi in Italia. Comunque lo si potrà vedere da giovedì 12 gennaio, sotto il marchio 01-Raicinema, che coproduce.
Alla base c’è un romanzo breve russo, “Vele scarlatte” di Aleksandr Grin, scritto nel 1923. Marcello e i suoi sceneggiatori, cioè Maurizio Braucci, Geneviève Brisac e Maud Ameline, trasportano la vicenda in Francia, dalle parti della Normandia, subito dopo la Prima guerra mondiale. Qui, zoppo e con un occhio malandato, torna il mite Raphaël, subito malvisto nel villaggio. Non sa di essere padre della piccola Juliette, avuta dalla moglie Marie; solo che la donna è morta in frangenti drammatici e forse la bambina non è figlia sua. Le mani grosse e nodose del reduce s’intrecciano con quelle minute e tenere della ragazzina, come in una sorta di patto per la vita. Prima di andare in guerra Raphaël era bravo ebanista, e questo ricomincia a fare, mal pagato ma in fondo stimato dal mobiliere locale. Intanto Juliette cresce, mostrandosi arguta, sensibile e intelligente, nella fierezza di papà e di Adeline, la signora un tempo ricca e ora in odore di “stregoneria” che li accoglie nella sua fattoria. Una piccola e fattiva comunità marginale, apostrofata dai paesani come “Corte dei miracoli”.
Un po’ mastro Geppetto e un po’ Martin Guerre (penso al vecchio film di Daniel Vigne con Gérard Depardieu), Raphaël è un uomo buono e taciturno, con “l’oro nelle mani”, un padre perfetto per Juliette: per vivere costruisce magnifici giocattoli di legno, navi e aerei, da vendere in città sotto Natale. Juliette ormai è una bella ragazza, suona il pianoforte e canta, non si fa angariare dai bulli del luogo. “Quando diventerai una bella ragazza, vedrai in cielo delle vele scarlatte” le pronostica la misteriosa donna della foresta; e qualcosa del genere in effetti arriverà sotto forma di un giovane avventuriero coi baffi, forse un principe, atterrato su quei campi col suo piccolo aereo in panne…
Pietro Marcello “scrive” davvero per immagini, ma il suo non mi pare un esercizio calligrafico fine a sé stesso. “Le vele scarlatte” è meno contorto e divagante del precedente “Martin Eden”, per quanto anche qui il materiale d’archivio viene mischiato abilmente alle scene girate oggi, per rendere meglio l’idea dell’epoca: facce, abiti, oggetti, conflitti di classe, il passare del tempo.
Nelle interviste il regista parla di “sogno” e “utopia”, tuttavia trovo che i pregi di questa cine-favola realistica stiano altrove: nei densi sapori campagnoli, nella forza dei visi e delle voci (in francese coi sottotitoli è molto meglio), nelle dinamiche padre-figlia, nel muoversi la storia tra magia e pregiudizio, miseria e dignità, nell’eleganza non esornativa che traspare da ogni inquadratura, nei riferimenti discreti alla pittura preraffaellita. Più che in passato, infine, Marcello sembra estrarre il meglio dai suoi attori: dall’esordiente Juliette Jouan al terragno Raphaël Thiéry (figlia e papà), passando per i più noti Noémie Lvovsky e Louis Garrel (Adeline e Jean, l’aviatore).
Fossi in voi, vincendo qualche titubanza andrei a vederlo.

Michele Anselmi