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“Lenox Hill”, storie di vite umane dietro il camice

“Vogliamo dedicare questa serie ai pazienti, alle loro famiglie e agli operatori sanitari che hanno condiviso con noi le loro coraggiose storie”
Nessun periodo storico sarebbe stato più indicato per rendere disponibile la docuserie Netlix “Lenox Hill”, soprattutto perché la pandemia corrente ha visto protagonisti quegli angeli che hanno dedicato la loro professionalità al servizio dei pazienti e delle loro famiglie. Tali figure vengono troppo spesso sottovalutate, tanto che neanche nelle top ten degli hashtag più utilizzati sui social network negli ultimi mesi ritroviamo le parole #nurse o #doctor. Stavolta non si parla di una serie televisiva come Grey’s Anatomy, ma di una docuserie i cui componenti sono professionisti che lavorano giornalmente nell’ospedale di Lenox Hill nell’Upper Est Side. Gli scorci di vita sono reali e gli esseri umani che si celano dietro le mascherine lo sono ancora di più, ma la divisione tra uomo e professionista non è mai netta: è impossibile separare vita privata ed empatia umana verso quei pazienti a cui si presta un’attenzione scrupolosa, con cui si condividono storie, momenti di gioia o di dolore, quegli stessi pazienti che diventano una famiglia. La parola empatia pronunciata da Amanda Little-Richardson, ostetrica e ginecologa, Mirtha Macri, medico in pronto soccorso, David Longer e John Boockv, entrambi neurochirurghi, è l’anello di congiunzione di tutte quelle vite che si muovono seguendo l’andamento di un elettrocardiogramma: veloce, lento, costante perché il loro procedere deve conciliare la vita in ospedale e la vita privata, la vita da medici ma anche quella da pazienti. Vedere la dottoressa Little-Richard lasciare suo marito al telefono da solo, o lei e la Dottoressa Macri in prima linea nonostante le gravidanze avanzate, o ancora il Dottor Longer che soffre per la lontananza dalla quotidianità della sua famiglia sono indici del fatto che spesso non ci si accorge di come questo lavoro investa totalmente la vita di chi lo svolge: non ci sono festività, orari o gravidanze che tengano e la sola possibilità di poter assistere ad una parata del gay pride durante il turno di notte è una boccata di aria fresca. Nella docuserie non mancano neanche le denunce poste in essere dagli stessi medici contro la discriminazione razziale, la predominanza delle grandi strutture ospedaliere che oscurano quelle potenziali e le difficoltà nella gestione dei pazienti a causa dei limiti dall’assicurazione sanitaria. “Col giuramento di Ippocrate abbiamo promesso di salvare vite ma noi facciamo di più, curiamo le persone anche se non hanno l’assicurazione. Questo è il pronto soccorso” con queste parole la dottoressa Macri si fa portavoce di un sistema troppo complesso e ineguale che mette a repentaglio la vita di una grande fetta della popolazione americana che non ha diritto neanche all’elemento primario per sopravvivere: respirare.

Cristina Quattrociocchi

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