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Leone d’oro a “Joker” e un po’ anche a Polanski. Italia ride con due premi

La Mostra di Michele Anselmi | 14 (e fine)

Com’era la faccenda che la giuria veneziana mai e poi mai avrebbe dato un premio a “J’accuse” di Roman Polanski, a causa delle posizioni filo #MeToo espresse a inizio Mostra dalla presidente Lucrecia Martel? Non è andata così: per fortuna e anche perché il mondo spesso è più vario di come ce lo apparecchiamo sui giornali. D’accordo, allo straordinario film sull’affaire Dreyfus dell’86enne Polanski è andato, nella gerarchia, il secondo riconoscimento, cioè il Leone d’argento Gran premio speciale della giuria, ma è come se “J’accuse” avesse vinto il Leone d’oro, come s’è potuto sentire anche dagli umori della Sala Grande, nonostante il cattivo collegamento audio. Tuttavia, ad essere onesti, è indiscutibile anche il Leone d’oro, quello vero, andato al cupo e tormentato “Joker” di Todd Phillips, che fu regista della serie alcolica “Una notte da leoni” e oggi, accompagnato dall’attore-mattatore Joaquin Phoenix, s’è preso a Venezia la sua rivincita d’autore.
L’Italia non può lamentarsi, e chissà se una parte del merito va riconosciuto al combattivo giurato Paolo Virzì. Forse già sapete: dunque: Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile a Luca Marinelli per “Martin Eden” di Pietro Marcello; Premio speciale della giuria a “La mafia non è più quella di una volta” di Franco Maresco. Marinelli, promettendo di “non” essere breve, ha ringraziato gli “uomini del mare” che salvano le vite degli immigrati; al posto di Maresco, allergico alle cerimonie e alle dichiarazioni pubbliche, il produttore Rean Mazzone ha evocato un po’ fumosamente “tentativi di censura” che sarebbe all’opera nei confronti del film (pare di capire perché viene tirata in ballo una supposta “omertà” del presidente Mattarella sulla trattativa Stato-mafia).
Per il resto, ci si può stare. Fare le pulci alle giurie a nulla serve, e comunque le sviste capitano sempre quando c’è da sistemare il palmarès e rispettare anche una certa varietà internazionale. Corretta la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile ad Ariane Ascaride, moglie e musa del regista francese Robert Guédiguian: in “Gloria Mundi” è la nonna che tiene insieme la famiglia e si spezza la schiena facendo le pulizie di notte, sottopagata. Meritato il Premio Mastroianni (attore emergente) andato all’australiano Toby Wallace di “Babyteeth”, anche se la protagonista da premiare sarebbe stata forse Eliza Scanlen.
Assai generosi, forse troppo, gli altri due allori: il premio per la migliore sceneggiatura al cinese Yonfan, pure regista del sentimentale/cinefilo cartone animato “No.7 Cherry Lane” (avrà contato il fatto che venga da Hong-Kong?); ma soprattutto il Leone d’argento per la migliore regia allo svedese Roy Andersson per l’inconsistente “Sull’infinito”, poco più di un’infilata di scenette surreali.
Dimenticanze? A mio personale parere “Marriage Story” di Noah Baumbach avrebbe meritato qualcosa, ma è anche vero che la giuria ha raddrizzato le cose lasciando fuori da ogni premio il sadico “The Painted Bird” del ceco Václav Marhoul, ed è già molto.
Passando ad altre giurie, la cronaca registra un sequenza infinita di riconoscimenti, addirittura sei, per la sezione “Orizzonti”, dove s’è imposto l’ucraino “Atlantis” di Valentyn Vasyanovych; mentre i 100mila dollari previsti dal Premio De Laurentiis per il migliore esordio sono andati al sudanese “You Will Die at 20” di Amjad Abu Alala, e Dio sa se il cinema non ha bisogno di soldi da quelle parti.
Quanto alla diretta di Raimovie, inutile prendersela con la “madrina” Alessandra Mastronardi, semmai dovrebbe essere licenziato chi scrive i testi da lei pronunciati, sempre il bilico tra “magia” e “commozione” del cinema.
PS. Dimenticavo: salendo sul palco come coproduttore di “J’accuse”, Luca Barbareschi ha risfoderato la kippah da ebreo osservante. So’ attori…

Michele Anselmi

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