Da globetrotter sui fronti di crisi del Novecento a osservatore attento dei paesaggi del Veneto, Goffredo Parise ha mantenuto un’inquietudine e una nitidezza di sguardo non comuni nel panorama letterario. Nel libro “L’erba è verde. Viaggi e approdi di Goffredo Parise”, Paola Di Giuseppe ripercorre la sua poetica a partire da questa ricerca costante: la necessità di uno sguardo depurato, che restituisca alle cose la loro semplicità senza cedere al virtuosismo. In questa conversazione, l’autrice illustra i temi al centro
del volume, dal legame con il cinema alle testimonianze di chi lo ha conosciuto, fino al significato del ritorno alla propria terra come approdo espressivo dei Sillabari.
L’espressione «L’erba è verde» contiene uno «stupore quasi tautologico e un po’ naïf». In che modo questa apparente semplicità di sguardo diventa per Parise un vero e proprio strumento d’indagine poetica ed esistenziale per raccontare il mondo?
Paola Di Giuseppe: Queste parole di Giosetta Fioroni sono utile strumento per capire il suo inesausto bisogno di ritorno alla semplicità restituendo alla parola la sua capacità di espressione poetica. “Ricordo come Goffredo parlava di una specie di tonteria, di innocenza, condizione necessaria per la capacità di esprimersi, di essere artista. Ossia uno stato di grazia non inquinato dall’eccessiva sapienza letteraria, per lo scrittore, dall’abilità, dal virtuosismo, per un pittore. E’ una cosa difficile da mantenere con il passare degli anni; mantenere un forte istinto per il suono delle parole o per le forme senza sottoporre il fare al peso dell’estetismo, malattia senile dell’artista”. “ L’erba è verde” é dunque l’approdo della parola, lo sguardo depurato sulle cose, è ridare loro il vero nome.
Si accosta l’esperienza del viaggio di Parise a una sorta di «missione anticartesiana» riassumibile nella formula “Viaggio ergo sum”. Qual era il motore di questa sua «fissazione» per lo spostamento: la ricerca profonda del proprio io o il bisogno insaziabile di immergersi nell’umanità altrui?
P.DG.: C’è chi, come Kant, cerca sé stesso nel silenzio immobile della sua terra ed esplora l’Universo con la mente, e chi, come Parise, ha bisogno di farlo arrivando fino in fondo nell’oceano del reale, toccando con la sua fisicità i fondali inesplorati. Parise ne riemerge rinascendo, ha distrutto il suo corpo, si è riempito di malattie, ma è approdato nella sua Itaca: Salgareda e i Sillabari.
Dal Vietnam al Biafra, dal Laos al Cile, i reportage di Parise nascono non da un’ideologia, ma da ciò che lui definiva «passione umana». Come si armonizza questa sua presenza diretta e partecipe sui fronti di crisi più caldi del Novecento con la dimensione più intima della sua narrativa?
P.DG.: I suoi racconti di viaggio non sono reportage nel senso comune del termine, Parise voleva entrare nell’intimo di quei popoli, città, modi di vivere. Capirne il vissuto era capirne il pensiero, esplorare i tracciati infiniti della storia del mondo non da antropologo, archeologo o scienziato. Era un poeta, era anche un pittore, vedeva oltre e tornava a noi con un ampio raccolto. Era il rapsodo dei nostri tempi e con lui abbiamo esplorato mari, mostri e case degli dei.
Dopo aver percorso il mondo da «globetrotter», Parise ritrova il suo punto fermo a Salgareda e a Ponte di Piave, dove nascono i “Sillabari”. Che valore assume la provincia veneta nella maturità dello scrittore? Rappresenta un rifugio dal clamore o la chiusura ideale del cerchio della sua vita?
P.DG.: Tornare nel suo Veneto recuperando quella che chiamava “venetitá” era ciò a cui il suo animo inquieto e vagabondo aveva sempre aspirato , ma non per quell’astratta nostalgia che prende chi si allontana dai luoghi della giovinezza. Aveva 25 anni quando andrò via da Milano, a Roma e poi, per quindici anni, in tutti i luoghi del mondo. A quel punto sentiva il bisogno di gettare l’ancora. La sua è nostalgia delle sue prime emozioni, “ in sedici anni che sono a Roma – dice- emotivamente, poeticamente, ho ricevuto ben poco”. Il ritorno non è dunque chiusura del cerchio né rifugio, è dare forma ad una nuova linfa vitale, ad una pienezza della sua arte che è il portato di tutte le sue esperienze ma che ora, nei Sillabari e nella sua terra, trova la sintesi poetica più perfetta.
Un capitolo importante del volume raccoglie i ricordi di persone vicine a lui, da Giosetta Fioroni a Tommaso Tommaseo Ponzetta e Lorenzo Capellini. Quale valore aggiunto apportano queste testimonianze dirette rispetto alla storiografia letteraria tradizionale?
P.DG.: Parlare con le persone che hanno accolto Parise nei suoi anni di Salgareda e Ponte di Piave è stata un’esperienza che andava fatta, ed era possibile, in quegli anni (Parise era morto da venti anni) c’erano ancora tutti e i loro ricordi erano preziose testimonianze dell’uomo, del suo vivere tra gli altri, un dare corpo e voce allo scrittore ufficiale e acclamato che tornava ad essere il compagno di strada, l’amico burbero e tenero, indimenticabile.
Nelle schede dedicate alle sue collaborazioni cinematografiche — dai soggetti con Fellini, Ferreri e Bolognini alle trasposizioni dei suoi romanzi come “Il prete bello” e “L’odore del sangue” — si nota una forte sensibilità visiva. In che modo l’esperienza della sceneggiatura e della narrazione per immagini ha influenzato la sua prosa e la sua capacità di osservare la società?
P.DG.: La sceneggiatura è stata un complemento prevedibile, fin dagli inizi, del suo mestiere di scrittore. Negli anni romani fece gli incontri giusti, ma già da Venezia e Milano, nei primi romanzi, avvertiamo la sua naturale capacità di tradurre le parole in immagini. Il cinema era nelle sue corde, la sua sensibilità pittorica e la profondità dello sguardo tracciavano i tempi delle storie con naturale esattezza, i personaggi assumevano il tutto tondo necessario al processo mimetico dello spettatore.