Finalmente l’attesa è finita. Dopo lo slittamento di un mese a causa della recrudescenza di casi da Covid, “Licorice Pizza” è stato distribuito anche in Italia. Il nono film del celebre Paul Thomas Anderson, a cinque anni dall’elegante “Il filo nascosto”, è un sognante, grottesco ed atipico “coming of age”. La trama è semplice: Alana e Gary, lei venticinquenne e lui ancora liceale, si incontrano durante un servizio fotografico per l’annuario scolastico. Da allora cominciano a frequentarsi e presto tra i due sboccia un amore che va ben oltre i confini della complicità tipica dell’amicizia. La loro relazione è inizialmente osteggiata da entrambe le parti, anche a causa della loro differenza d’età, ed è veramente intrapresa dai due giovani solo nelle fasi finali della pellicola. Gli innamorati, però, collaborano a più riprese ed allestiscono addirittura un’improbabile ditta, di cui fanno parte solo degli adolescenti, che vende rivoluzionari materassi ad acqua e pionieristici flipper.
L’immaginario che fa da sfondo al racconto è quello di una colorata cittadina americana dei primi anni Settanta: i protagonisti vivono addirittura (giocosamente) sulla loro pelle le conseguenze della prima crisi petrolifera del 1973 scoppiata in seguito alla guerra dello Yom Kippur. L’ incessante intreccio narrativo della pellicola procede in maniera fluida da una bizzarra situazione all’altra senza seguire snodi narrativi ben definiti: il regista è più interessato ad affrescare su schermo un determinato periodo storico, forse il vero protagonista della pellicola, piuttosto che puntare su una sceneggiatura ricolma di colpi di scena. Paul Thomas Anderson racconta la storia dei due personaggi interpretati da Cooper Hoffman (sì, il figlio del compianto Philip Seymour) e da Alana Kane ricorrendo, come al solito, ad una regia curata e stracolma di virtuosi movimenti di macchina. Basti citare i lunghi piani sequenza con i quali la videocamera del cineasta insegue i personaggi sin dalla prima scena ambientata nel liceo. La grande tecnica di PTA non appare sovrastare la sostanza, anzi, ne valorizza la forma immergendo progressivamente gli spettatori nel caleidoscopio colorato che erano gli anni Settanta. La fotografia di Micheal Bauman è calzante con l’estetica del film, così come la splendida colonna sonora costellata da un uso eccezionale dei “needle drop”. Coadiuvato dai brani composti dal suo sodale di lunga data (e membro dei Radiohead) Jonny Greenwood e da una selezione musicale di prim’ordine, il regista riesce a rendere memorabile la score. Gli Wings di Paul McCartney, ma anche “Life On Mars?” di Bowie e l’acida “Peace Frog” dei Doors. Le sceneggiatura e la messa in scena, invece, sono ricche di momenti sopra le righe dove si stagliano dialoghi surreali carichi di tagliente ironia, ben lontani dalla raffinatezza lessicale del suo ultimo film. A rendere riuscita questa scanzonata commedia ci pensano, oltre ai due abili attori protagonisti, anche un manipolo di star come Sean Penn, Bradley Cooper, Benny Safdie e Tom Waits, tutti coinvolti dal regista per impersonificare dei folli personaggi. La nostalgia per un’era ormai passata e, per certi versi, aliena alla nostra contemporaneità, ricorda a più riprese il Tarantino fiabesco di “C’era una volta a Hollywood”, soprattutto per la cura posta nel riportare in vita fedelmente un determinato scenario socio-culturale. È così che gli anni Settanta diventano il palcoscenico per una storia d’amore adolescenziale, relegando la politica (viene mostrato Nixon) e l’attualità (è citato, appunto, l’aumento del prezzo del petrolio da parte dell’OPEC) a niente più che un rumore di fondo. Il mondo reale può aspettare quando si è adolescenti.
In sostanza, con “Licorice Pizza” Paul Thomas Anderson firma il suo ennesimo ottimo film, riconfermandosi un regista talentuoso e ricco di spunti formali che non appaiono mai fini a se stessi. Qualcuno, con fare polemico, potrebbe obiettare che questo film, più simile allo scanzonato “Boogie Nights – L’altra Hollywood” che all’impegnato “Il petroliere”, non riesca a raggiungere i picchi emozionali degli altri suoi capolavori. Probabilmente no, è vero. Ma va benissimo così.

Gioele Barsotti