L’angolo di Michele Anselmi
Apprezzo i registi di cinema che, tra un film e l’altro, magari per tenersi in allenamento o sperimentare linguaggi diversi, si cimentano col documentario. Maurizio Sciarra, barese, classe 1955, è uno di questi. Lo fa con passione e dedizione, ricordo un bel doc sull’affondamento del transatlantico Rex, ricorrendo a “pezzature” diverse. Venerdì 28 ottobre, alle 16, passa su Raitre il suo nuovo “Aiutami a fare da solo. L’idea Montessori”, producono Agnese Fontana e Rosario Di Girolamo insieme a Luce Cinecittà. Il titolo dice molto, se non tutto: Sciarra conduce una sorta di indagine sul famoso, anche controverso, “metodo” che fu messo a punto dalla pedagogista ed educatrice Maria Montessori (1870-1952).
Un nome che mi è caro anche sul piano personale: perché nacque a Chiaravalle, nelle Marche, a pochi chilometri dalla mia Senigallia; perché da bambino frequentai, prima di andare alle elementari, una scuola per l’infanzia all’insegna di quel “metodo” (non ricordo applicato con quanto rigore scientifico, ma certo fu un’esperienza piacevole, che ha lasciato il segno, ho ancora delle fotografie).
Il documentario di Sciarra, lungo una sessantina di minuti, ben musicato da Emanuele Frusi, offre uno sguardo trasversale, anche internazionale, sulle teorie di Montessori: si va infatti dall’Italia al Kenya, dall’Olanda all’Albania, le insegnanti parlano in italiano e in inglese, cambiano volti, cibi e architetture scolastiche ma un filo rosso unisce le diverse testimonianze.
“Ai bambini bisogna dare l’origine delle cose” ricorda Benedetto Scoppola, presidente dell’Opera nazionale Montessori, e c’è del vero in questo. Montessori, donna fiera e indipendente, dalla vita sentimentale ulcerata, madre di un figlio per anni fatto passare per nipote, spiegava che “l’intelligenza si forma attraverso lo studio e l’uso dei sensi”; anche che “libertà non significa fare ciò che si vuole, il senso del limite deve essere vissuto dal bambino” perché cresca in modo sveglio e armonioso.
Affettare le melanzane per cucinare la pastasciutta “alla Norma”; abituarsi a vestirsi e mangiare da soli certo su indicazione degli insegnanti; praticare “il gioco del silenzio” per imparare a riconoscere i rumori che vengono da fuori; usare per divertirsi materiali se possibile di legno e non di plastica; rispettare l’ambiente comune, la comunità, anche pulendo e spolverando; favorire lo spirito d’osservazione come base dell’apprendimento in modo da legare il bambino al reale; misurarsi con gli strumenti digitali partendo da oggetti concreti, non solo virtuali…
Sono alcuni dei “precetti” che il documentario illustra, senza fanatismo pedagogico, sapendo che tanto è cambiato da quel 6 gennaio 1907, quando Maria Montessori riuscì ad aprire la prima “Casa del bambino” in via dei Marsi, nel cuore del popolare quartiere San Lorenzo a Roma. Nel 1934 il fascismo volle chiudere tutte le scuole di quel tipo, benché in passato Montessori si fosse iscritta al Pnf, e a quel punto la pedagogista lasciò l’Italia per diffondere altrove, specie in India, le sue teorie educative.
L’intervista più bella e toccante è con Maria Clotilde Pini, oggi scomparsa: fu lei, che fu allieva di Montessori, a riaprire negli anni Sessanta la scuola di San Lorenzo, anche a perfezionare il metodo, legandolo al variare delle stagioni, al mutare della società italiana. Il suo commiato, nel 2019, poco prima della morte, in una festa affollata piena di ragazzini, non lascia indifferenti. A tutti, con quella bella voce fiera e diretta, augurò: “Buona vita”.
Michele Anselmi