Venticinque anni dopo l’uscita nelle sale di “Nirvana”, l’immaginario del film ideato dal premio Oscar Gabriele Salvatores torna di nuovo in vita. Grazie alle studentesse e agli studenti del corso di “Transmedia Studies” tenuto dai docenti Silvia Leonzi e Riccardo Milanesi del Dipartimento Coris, in partenariato con Radio Sapienza, Rai Cinema, The Nemesis, Ansa Cultura e ANAD, l’opera ha subito un reboot transmediale, venendo espansa e arricchita attraverso innumerevoli piattaforme e medium. “NirvanaVerse” è una narrazione immersiva che incorpora al suo interno un podcast originale, un “Alternate Reality Game”, dodici profili social dei personaggi della pellicola del 1997, ma anche un’esperienza immersiva nel metaverso “The Nemesis” di Rai Cinema.
L’intento del progetto è quello di attualizzare i temi che popolavano la sperimentale pellicola di Salvatores, uno dei pochi film del filone cyberpunk così fertile all’estero, ma mai sbocciato in Italia. Come raccontato dal regista stesso all’interno di una lectio magistralis tenutasi alla Sapienza, “Nirvana” è un film notturno e cupo che, nella sua lunga e mutevole carriera, rappresenta un vero e proprio punto di rottura. La pellicola, infatti, arriva dopo la cosiddetta “tetralogia del viaggio” inaugurata con “Marrakech Express” del 1989, un corpus di film caratterizzati da una messa in scena solare e un setting principalmente all’aria aperta. Dopo il premio Oscar nel 1991 con “Mediterraneo”, il regista decide di proporre al produttore Cecchi Gori un film dal chiaro respiro internazionale, facendo sbarcare questo tipo di fantascienza incentrata sul rapporto conflittuale tra l’uomo e la macchina anche in Italia. La scintilla che suggerì il titolo al regista fu il drammatico suicidio di Kurt Cobain, leader, appunto, dei Nirvana, che, nella lettera ritrovata vicino al suo cadavere affermava di “non riuscire più a prendere parte a questo gioco”. Questa frase, accostata ai topos tematici di opere come “Neuromancer” di William Gibson o “Blade Runner” di Ridley Scott, ha dato vita a uno dei film più importanti nella filmografia di Salvatores e per il cinema di fantascienza in Italia. Concependo il fantastico come un’inedita modalità che permette di parlare della società odierna, criticandone alcune pericolose tendenze al limite della distopia.
Attraverso i numerosi “rabbit hole” disseminati nel mondo digitale, ma anche in quello fisico, il fruitore può immergersi nell’inedita narrazione, scoprendo la sorte dei personaggi della pellicola venticinque anni dopo il suo finale. Accedendo al metaverso di Rai Cinema, ad esempio, chi prende parte a “NirvanaVerse” può incontrare e dialogare con l’avatar di Solo, il protagonista del film interpretato da Diego Abatantuono. Non un sequel della prima pellicola in senso stretto, dunque, ma un arricchimento dell’universo immaginario ideato dalle mente di Salvatores aggiornato all’era dei social media e del metaverso. Una parola ormai sulla bocca di tutti, dal marketing al cinema, ma teorizzata proprio da quei visionari scrittori di fantascienza citati come fonte di ispirazione dal regista di “Nirvana”.

Gioele Barsotti