Eduard Limonov, figura ribelle e anticonformista per eccellenza, lascia l’Unione Sovietica e approda a New York, dove la sua vita si rivela tanto tormentata quanto straordinaria. Tra scrittura e militanza politica, si muove tra esperienze estreme: da senzatetto a maggiordomo, da amori travolgenti a dolorose separazioni. Questa è solo una parte della sua esistenza, raccontata nel film “Limonov”, presentato in concorso al 77º Festival di Cannes e tratto dal romanzo di Emmanuel Carrère.
Nel corso della proiezione, il protagonista emerge non solo come uno scrittore che cerca di innescare una rivoluzione attraverso le sue opere, vedendo negli emarginati il potenziale per sovvertire l’ordine esistente e nella sua patria la possibilità di salvare il mondo dalle dottrine capitaliste; ma anche come un individuo determinato a rivendicare la propria identità.
Il passare degli anni nel film viene mostrato attraverso l’inserimento delle annate nei dettagli della città, come graffiti, insegne o etichette, ma anche tramite il vestiario e l’arredamento delle case del protagonista. Questi elementi evidenziano anche il cambiamento della sua personalità, che evolve da tranquilla e pacata a violenta ed estrema. Sicuramente, a dare un gran contributo al profilo del personaggio è l’abilità interpretativa di Ben Whishaw, che riesce a trasmettere con grande efficacia sia la forza che la vulnerabilità del protagonista.
“Limonov” è un film in cui i dialoghi, pur essendo una componente minoritaria, risultano estremamente incisivi, capaci di rivelare tutta la complessità e l’ambiguità del protagonista. Il quale, in diverse scene, assume atteggiamenti piuttosto disturbanti. Tuttavia, è la fotografia, accompagnata da colonne sonore talvolta quasi invadenti, a sostenere la narrazione e a soddisfare l’occhio dello spettatore.
La fotografia è eccellente e gioca un ruolo cruciale nella narrazione, grazie ad un montaggio intrigante e non cronologico, che permette di distinguere ciò che avviene prima e dopo attraverso l’uso del colore: il passato dello scrittore è rappresentato in bianco e nero, mentre gli eventi successivi sono mostrati a colori. Una scelta discutibile è stata l’utilizzo del formato 4:3 per le scene ambientate nell’Unione Sovietica, e il formato widescreen per quelle ambientate in America, una trovata quasi didattica e forse evitabile.
Nel complesso, l’esecuzione del film è buona, anche se non particolarmente fedele al romanzo da cui è tratto, soprattutto per quanto riguarda la rappresentazione della personalità del protagonista. Il ritmo narrativo è spesso troppo lento e la durata eccessiva, mentre la contestualizzazione delle scelte del personaggio risulta insufficiente. Questo rende il film difficile da comprendere per chi non è un esperto di politica o non conosce la vicenda del protagonista. Alla fine, la proiezione lascia lo spettatore con la sensazione che un ritratto così complesso avrebbe meritato una narrazione più incisiva.
Francesca Ganzinelli