L’uscita di “Tusitàla. Vita di Robert Louis Stevenson“, per i tipi di Bibliotheka, offre l’occasione per riscoprire la parabola esistenziale e letteraria di uno dei più grandi narratori di sempre. A firmarla è Roberto Mussapi, poeta, drammaturgo e traduttore, che attraversa la vita dell’autore scozzese
restituendone la carica mitica, la vitalità febbrile e la profonda sapienza d’ascolto.
In questa intervista, Mussapi ci guida all’origine del volume e del suo particolare statuto d’opera “pari alla vita”: dalla scoperta di un Stevenson shakespeariano e archetipico, capace di conciliare le nebbie edimburghesi con la luce abbagliante dei Mari del Sud, fino al soggiorno a Samoa, dove gli abitanti del luogo lo battezzarono Tusitàla (“colui che racconta storie”). Tra memorie cinematografiche, il legame con la nutrice Cummy e una riflessione sul valore salvifico del meraviglioso, Mussapi rivendica la poesia e la narrativa come puri atti di magia e avventura, indicando nella voce stevensoniana un antidoto quanto mai urgente al minimalismo del nostro presente.
Torna in libreria, dopo l’edizione del 1990 e quella del 2007, la sua biografia dedicata a Robert Louis Stevenson. Quale rimane l’urgenza di raccontare oggi la vita del grande scrittore e cosa continua a dire la sua parabola umana e letteraria al nostro presente?
Roberto Mussapi: Stevenson è, con Melville, l’autore di uno dei due massimi libri di mare dopo l’ “Odissea”. “L’isola del tesoro” è un mito, e oggi ci ricorda che esiste un tesoro, esiste, anche se non lo vediamo: dobbiamo uscire dal nostro porto per cercarlo. Partire per il tesoro, non per evadere.
Stevenson viaggia e andrà a vivere nei Mari del Sud non per esotismo, ma per curare i polmoni essendo tisico come tanti scrittori del suo tempo. Ma non minato psicologicamente dalla tisi: vitale, sempre pronto all’avventura. Non è solo l’autore delle avventure felici ma anche della tragedia, massime “Jekyll e Hyde”, ma il supremo, Shakespeare, ci insegna che il grande scrittore sa rappresentare la tragedia e la commedia, il dramma e la fiaba. Il mio libro è una vita di Stevenson: quando lo scrissi non pensavo minimamente a scrivere una biografia.. Non a caso al suo apparire, come semplice opera narrativa, qual si ripresentò vent’anni dopo con il mio amico Luigi Spagnol, per Ponte alle grazie, vinse il premio Grinzane Cavour per la narrativa. Era la mia prima opera in prosa, e subito fu annoverata tra le opere narrative. Ma comprendo benissimo che l’editore di oggi lo inserisca in una collana di biografie: c’è troppa confusione in giro, meglio chiarire subito che questa è comunque una vita di Stevenson e non una mia libera e arbitraria invenzione su vita e opera dell’autore. Il termine bibliografia per questo libro è forse un po’ limitativo ma non sbagliato: “biografia narrativa” la definisce Alberto Fraccacreta, critico di prima classe.
È una biografia, in un genere particolare di quel genere: quello, per intenderci delle “Vite” di Plutarco, dei “Representative Men” di Emerson, o anche della “Storia dei pirati” di Defoe, che trae le storie dai tribunali, non inventa niente, ma racconta da narratore di razza.
L’idea poi di avere scritto una vita è piuttosto promettente per un poeta, il cui compito sarebbe quello di scrivere la Vita: “Tu cantami qualcosa pari alla vita”, Mario Luzi.
“Tusitàla” – il narratore, colui che racconta storie – è il nome che gli abitanti delle Samoa diedero a Stevenson negli ultimi anni di vita. Perché ha scelto proprio questo appellativo come titolo per raccontare la parabola esistenziale dello scrittore scozzese, e cosa significa per lei, da poeta e narratore, la figura di uno scrittore che diventa letteralmente “fábula” per una comunità?
R.M.: La figura dello scrittore, come quella del pittore, bianco, europeo, che si trasferiva in quelle isole, era nota agli abitanti di Samoa e di tutto l’arcipelago. Il pittore con i suoi pennelli, lo scrittore inviava per nave qualche malloppo di pagine e ne riceveva poi qualche altro: il libro che scriveva e che gli veniva poi inviato, una volta pubblicato in Inghilterra, o in Francia, nel paese dell’autore. Una figura tranquilla e non comunicante con la vita del luogo.
Stevenson al contrario vi si immerge, diviene amico dei capiclan e degli sciamani, parla con loro, intuisce, e scrive chiaramente, di ritrovare nelle loro leggende e anche nella loro vocalità, affinità con quelle scozzesi della sua terra d’origine. Anticipa di gran lunga l’antropologia di Levi Strauss, per noi. Per loro è “uno di loro”: non uno dei pochi scrittori trasferitisi in quelle isole, ma un narratore, uno che racconta e diviene la sua stessa voce. Lo battezzano Tusitàla, “narratore”, perché la sua voce li incanta, portandoli in quell’incantesimo fuori dal tempo.
Questo è per me il ruolo naturale e il compito del poeta, che diviene la sua stessa voce: poesia come magia. come mostrano i miei maestri Yeats e Dylan Thomas. Pensiamo, in Yeats, alla voce nella notte, la voce della moglie, che detta nel sonno le poesie al marito. O alla meravigliosa “Vision and Prayer” di Dylan Thomas che inizia con un grido di nascita udito da un muro sottile come un osso di scricciolo:, “Who/ are you/ who is born”… poesia sulla voce e come voce.
Tusitàla indica a me, poeta, come la poesia nasca come voce e simultaneamente come racconto, che diviene magia sonora: lo narra splendidamente Borges.
Nel suo libro di lezioni americane “L’invenzione della poesia”, Borges racconta come, millenni prima di Saffo e della lirica, e poi della poesia drammatica dei tragici da Eschilo, questa nasce come racconto di una storia, la guerra tra una città i cui guerrieri sapevano che sarebbe stata bruciata, e eroi che l’aggredivano sapendo che sarebbero morti.
Nella sua biografia la vita di Stevenson appare costruita su un continuo gioco di contrasti: la casa d’infanzia avvolta nelle nebbie edimburghesi, il cielo del padre costruttore di fari, e poi l’esplosione di luce e colori delle isole del Pacifico. Come si conciliano nella scrittura di Stevenson – e nella sua ricostruzione biografico-narrativa – queste due anime apparentemente opposte?
R.M.: Stevenson è uno scrittore che attinge agli archetipi. Naturalmente. La sua suprema maestria tecnica gli consente di realizzare una visione naturale e primordiale dell’essere: le nebbie, edimburghesi, il buio dei pub, le luci tenui del camino di casa dove bambino giocava e inventava storie: il suo buio era subito, naturalmente quello magico delle “Mille e una notte”, del bosco, dell’avventura. E in quel buio le luci: quella del lampione che si accende di sera nella strada sotto casa, come una magia del lampionaio, il buio delle notti nei Mari del Sud che ammanta il mistero. La luce che incontra in quei mari, e che non lo abbaglia, ma esalta, è percepita non come la luce folgorante che appare a un mistico, ma come il dono divino che illumina le cose, il mondo. Gli incanti delle isole dei Mari del Sud, il fascino dei cieli azzurri e rossastri, del mare smeraldo e azzurro e turchese, coincidono con le forme, gli odori, i rumori: questo è uno degli incantesimi del Realismo magico di Stevenson. Magia del reale. E mentre contempla le stelle meravigliose del cielo hawayano, pensa a quelle coperte dalla bruma del cielo di Edimburgo, e ai fari che il padre edificava sulle rocce per segnalare, con quelle luci, la terra ai naviganti.
Ma Stevenson è scrittore shakespeariano, cioè completo: non esiste gamma della realtà e della vita che gli sia estranea: il buio londinese di Hyde è quello tenebroso infero e nero del Faustus di Marlowe e della foresta delle fiabe dove gli innocenti si perdono e sono rapiti . Ma è solo una parte del buio: domina in lui quello del canto notturno, della quiete animistica.
La biografia procede quasi per sequenze filmiche, tra apparizioni e dissolvenze. Che tipo di montaggio e di ritmo ha scelto per restituire la vita di uno scrittore il cui stile era esso stesso puro dinamismo, azione e avventura?
R.M.: Questa, più ancora delle precedenti, è una domanda ma nello stesso tempo un giudizio, che condivido, che mi fa piacere. Lei ha colto il procedere per sequenze filmiche, cosa che ho cercato di realizzare sperando riuscisse, e la sua domanda è una conferma. In genere il movimento del cinema è presente nella mia poesia, come il teatro nella sua voce. Qui proprio sono partito come se realizzasi un film: l’inizio del libro è un viaggio per mare, il protagonista ci è sconosciuto, sconosciuti tutti quelli che incontra a bordo. Un inizio da film. Solo dopo, a viaggio avanzato ma soprattutto terminata la navigazione, appaiono i volti e i nomi legati alla vita del protagonista, il giovane Robert Louis Stevenson “Emigrante per diletto” dal titolo del libro con cui inizio. I loro volti prendono forma quando il viaggiatore è lontano, in un altro continente, oltre l’Atlantico. Come affiorerebbero in un film. E così i luoghi da cui si sta allontanando, Edimburgo con le sue nebbie, i misteri dei monumenti, i pub, e poi, in un flash back, le vacanze felici in Costa Azzurra, tutto rivive nelle mie intenzioni come accadrebbe in un film. Anche l’approdo alle isole polinesiane non ha il senso di un compimento, di una meta raggiunta, ma, al contrario, di u nuovo inizio: le visita incuriosito e incantato una per volta, ognuna nella sua realtà unica e inconfondibile con tutte le altre che pure distano poche bracciate. Come nel cinema che amo, l’approdo non è la fine, ma l’inizio di una nuova avventura. Pensiamo a “Shakespeare in love”…
Tra le figure chiave dell’infanzia di Stevenson c’è Alison Cunningham, “Cummy”, la nutrice che lo avviò al ritmo e alla musica segreta delle parole. Quanto c’è dell’ascolto orale e della dimensione poetica nell’idea stevensoniana di narrativa, e quanto questo aspetto la sente vicino alla sua personale esperienza di poeta?
R.M.: Cummy è per Stevenson la scoperta della voce. Ed è lei l’insolita musa che gli detta le splendide poesie sull’infanzia del magico libro “A child garden of verses”, che io ho tradotto – ed è una delle mie traduzioni che più amo e di cui sono fiero – perché “sull’infanzia”, non “per l’infanzia”. Questo libro, e la mite e umile ma fatale musa nutrice Cummy, hanno aperto una nuova strada alla mia poesia. Rapito da quel mondo a un certo punto ho iniziato a scrivere, sul modello di Stevenson, poesie sull’infanzia, in rima, nel sogno di tradurre lo stupore in incanto. Quindi accanto alla mia produzione poetica “normale” (ammesso che sia normale quella di un poeta che scrive il poema, come “Antartide”, e monologhi in versi, cioè poesia-teatro, partendo semplicemente dai maestri tragici greci e elisabettiani) , esiste un ampio capitoli di libri di poesia in rima, “ per ragazzi di ogni età”, come lo definì Luigi Spagnol, l’editore che se ne innamorò, pubblicandoli subito. Con il grande amico Luigi sono nati “Lo stregone del fioco e della neve”, “Il capitano del mio mare”, e soprattutto “L’incoronazione degli uccelli nel giardino”: libro che pongo accanto ai miei più importanti, accanto a “Gita meridiana” e “Antartide”, i prediletti dalla critica. Questo libro in rima sugli uccelli spera di essere felice come un film di Walt Disney, e sa d’essere sapienziale come la “La lingua degli uccelli” del poeta mistico Attar), uno dei Sufi che fanno parte del mio background poetico. Background non molto lombardo: Saffo, Eschilo, Shakespeare, Ovidio, Villon, Coleridge, Yeats, Rumi… E Luzi, tra quelli che ho frequentato viventi, e Bonnefoy, Heaney, Soyinka e Derek Walcott.
Per Stevenson la scrittura è stata precocemente sinonimo di avventura e di libertà, spesso in aperta sfida con le convenzioni e le consorterie letterarie del suo tempo. Che lezione ci lascia oggi “Tusitàla” sulla purezza dell’atto di raccontare, in un’epoca in cui la letteratura tende talvolta a dimenticare il senso del meraviglioso?
R.M.: Uno dei miei libri di saggi s’intitola “L’avventura della poesia”. Titolo eloquente, non meno fuori dal coro (fatte le debite proporzioni, ovviamente) di quanto fu “L’isola del tesoro”, che con la sua meravigliosa avventura per mare e il mito del tesoro (mito studiato poi dai grandi, come Mircea Eliade), sconvolse e offese la cerchia degli intellettuali che circondavano il giovane Stevenson, superdotato letterariamente e come loro legato a esercitazioni di prosa poetica francesizzante.
Anche oggi non può nascere poesia senza avventura. E oggi non domina un manierismo come allora, che richiedeva almeno cultura, e studio, Oggi è molto peggio. La poesia non può essere piagnucolo. minimalismo, lamento o cronaca sentimentale, come vorrebbe la fiacca tendenza predominante. Come poteva essere sperimentalismo ludico e incosciente quale la vollero le avanguardie in Italia negli anni dagli anni Sessanta agli Ottanta.
Poesia rima naturalmente con magia. “Poesia e magia” è il titolo di un mio prossimo libro, un’antologia sul tema dall’“Odissea” a William Butler Yeats.
“Tusitàla” è, come direbbe Borges, il racconto di un sogno: di qualcuno che è esistito, di qualcosa che è stato scritto e pubblicato, e letto: ma che per la magia della poesia può essere ancora sognato.