Dopo “La semplice arte del delitto” (qui la nostra intervista), Luigi Cozzi dà alle stampe “L’istinto della caccia” (Profondo rosso editore, 2020), romanzo noir che sfoggia un titolo hammettiano quanto il primo ne sfoggiava uno chandleriano. Abbiamo incontrato lo scrittore e regista che, solitamente associato al fantastique, dimostra ancora una volta di avere stoffa anche in quella sfera thrilling che ha frequentato con la regia di “L’assassino è costretto a uccidere ancora” e del telefilm “Il vicino di casa” o con la sceneggiatura di “4 mosche di velluto grigio” di Dario Argento.
“L’istinto della caccia”, già dal titolo, rimanda alla letteratura di Dashiell Hammett così come “La semplice arte del delitto” rinviava a Raymond Chandler. Qual è l’influsso dei due grandi autori sui tuoi due gialli, editi nuovamente per Profondo rosso?
Luigi Cozzi: L’influsso è soprattutto nell’impostazione molto classica data alle due storie e a certi personaggi, per differenziarle il più possibile dalle troppe imitazioni e derivazioni argentiane che si facevano a Roma nel periodo in cui le ho scritte, sull’onda del successo di ”Il gatto a nove code” e ”4 mosche di velluto grigio”. Infatti tanto ”La semplice arte del delitto” che questo ”L’istinto della caccia” sono nati prima per il cinema come copioni e soltanto numerosi anni dopo le ho trasformate in romanzi veri e propri, dato che i film non si erano più realizzati.

In questo romanzo, inoltre, c’è un brano in cui il protagonista si trova sul set di un film che è proprio tratto da “La semplice arte del delitto” a confermare lo stretto legame tra i due romanzi. Quando hai scritto “L’istinto della caccia”?
L.C.: Prima è stato scritto ”La semplice arte del delitto” e subito dopo l’altro, ”L’istinto della caccia”. Si era tra la seconda metà del 1971 e il 1972, quando queste due storie dovevano essere due film e infatti sono entrambe nate come sceneggiature cinematografiche. In quel periodo nei cinema imperversavano i gialli alla Dario Argento, di cui tutti a Roma stavano realizzando delle imitazioni, e così, allora, quando mi chiesero di scrivere due copioni gialli, io pensai bene di evitare di diventare l’ennesimo imitatore di Dario, con il quale tra l’altro già lavoravo, e preferii invece rifarmi a dei modelli classici, ovvero ad Alfred Hitchcock e Samuel Fuller per il cinema, a Chandler e a Hammett per la letteratura, né più né meno come mi ero già rifatto a Cornell Woolrich sia per ”4 mosche di velluto grigio” che per il mio ”Il vicino di casa”.

Mi sembra che la dimensione metacinematografica, già a partire dalla persona uccisa, che è un operatore del mondo dello spettacolo, sia più forte che nel precedente romanzo, che ne pensi? Per gli anni in cui hai scritto il romanzo era una novità assoluta…
L.C.: C’erano parecchie idee insolite nel copione di ”L’istinto della caccia”. Avrebbe dovuto dirigerlo Ignazio Dolce, lo volevano girare negli Stati Uniti e la protagonista nonché produttrice doveva essere la giovane attrice Conchita Airoldi, che aveva da poco interpretato al fianco di Edwige Fenech un’imitazione argentiana, ”Lo strano vizio della signora Ward”. Non so perché alla fine questo progetto non si fece, il copione era piaciuto, ma il film non andò in porto. Poi la Airoldi si mise a fare solo la produttrice e ha realizzato diversi film interessanti nel corso degli anni. Attualmente mi sembra che sia proprio lei a curare la produzione del nuovo thriller di Dario Argento, ”Occhiali neri”.

Ross De Corsia, il tuo protagonista, che ha più di un tratto in comune con il precedente Nathan Stevens, è al centro di diversi momenti ad alta tensione, penso soltanto al brano in cui è nella stanza dell’uomo con la cicatrice… C’è una costruzione più hitchcockiana che da giallo all’italiana… Sei d’accordo?
L.C.: Hitchcock è l’ispiratore di due fondamentali sequenze di ”L’istinto della caccia”, la prima è quella in cui il protagonista salva la ragazza dall’acqua – si pensi alla simile scena di ”La donna che visse due volte” – e la seconda quella in cui l’assassino spara con il fucile al testimone oculare dalla casa di fronte, che ricorda l’attentato del teatro nel finale di ”L’uomo che sapeva troppo”. Hitchcock era un genio del cinema e ”L’istinto della caccia” è un voluto omaggio nei suoi confronti.

Per quanto riguarda la tua produzione narrativa, dopo “Il cuore misterioso” e “Una manciata di eternità”, che raccoglie la tua narrativa fantastique, lo sci-fi “Star Riders – I cavalieri delle stelle” e i due gialli di cui stiamo parlando, cosa dobbiamo aspettarci?
L.C.: Qualche sorpresa di sicuro, anche se neppure io al momento so veramente di che cosa possa trattarsi. Ma aspettiamo e vedremo… Qualcosa di nuovo salterà comunque fuori.