Le recenti e ahimè ancora attuali disgrazie dovute alla pandemia inducono a riflettere su come ha reagito il nostro paese in questi due ultimi anni. Ci sono nazioni, vedi l’Inghilterra, che hanno fatto finta di niente e ora stanno messe peggio di molti altri, persino di noi. E ci sono paesi, come il Vietnam, che invece hanno adottato misure drastiche sin dall’inizio e ora sono dichiarati Covid Free. Immagino che la buonanima di Nixon si stia interrogando come sia possibile che quel paese, tanto coperto dal napalm, stia dando una lezione all’America.

Stando alle statistiche, l’Italia è in una posizione di mezzo. Si è mossa in ritardo, come è sua atavica abitudine, non ha ascoltato per tempo gli allarmi dei virologi e ancora oggi litiga sul da farsi. I partiti di destra, vedi Salvini, predicano tana libera tutti, mentre quelli più moderati chiedono cautela, temendo dopo l’estate una nuova ondata. Per capire questo nostro antico vizio sono andato a rileggermi uno scritto di Norberto Bobbio, che ho avuto la fortuna di avere come professore quando studiavo all’università di Torino. Nel suo saggio sul “Profilo ideologico del Novecento italiano”, il filosofo nonché giurista spiega come sia stata proprio la nostra consuetudine a tergiversare a far precipitare il paese nel fascismo. Ecco qualche esempio. Mancate riforme, Risorgimento come rivoluzione fallita anziché come spinta al cambiamento, trasformismo della classe dirigente, pallidi tentativi di rivoluzione industriale al nord a danno del sud, cinismo (“Francia o Spagna purché se magna”), individualismo e corruzione. Anche la Resistenza, scrive Bobbio, invece di diventare guerra popolare e rigenerazione di un popolo oppresso, diventò presto una coalizione forzata, prossima al fallimento. Le stesse elezioni del 1946 si dimostrarono quasi simili a quelle del 1919 “e non fu un caso che l’unico vero partito generato nella Resistenza, il Pda, venne subito estromesso! Giustamente Calamandrei parla di Desistenza. La nuova democrazia come età della restaurazione e la stessa Costituzione come compromesso prammatico”.

Del resto di che stupirsi se da noi la maggioranza della popolazione attiva non arriva neppure alla licenza liceale? Siamo dunque un popolo adulto semianalfabeta. Solo una minoranza assoluta è laureata, come ha ben spiegato Sylos Labini nel suo saggio sullo sviluppo economico e classi sociali in Italia. Siamo però un eccellente popolo di azzeccagarbugli se è vero che abbiamo sfornato oltre 150.000 leggi, contro meno di 10,000 in Francia. Contenti noi…

Roberto Faenza