In Giappone il sumo è uno sport sacro, è lo sport degli dei, ma solo se sei uomo. Per le donne, infatti, la forza, la tecnica, la professionalità non significano niente in confronto al fatto stesso di essere donna. Per motivi religiosi, il sumo femminile professionale non esiste e tutte le atlete sono costrette ad abbandonare non appena terminano le scuole. Il sumo è uno sport che necessita di una fisicità opposta a quella che si pretende da una donna; una lottatrice di sumo rompe tanti schemi sociali specialmente in Giappone dove questi sono rigidissimi e l’immagine femminile è concepita solo in relazione a caratteristiche quali equilibrio, calma, saper stare al proprio posto, soprattutto saper stare tre passi indietro rispetto ad un uomo, e avere un fisico longilineo e curato. Un’immagine decisamente diversa da quella di una lottatrice di sumo. Forse si vieta la resa professionale di questo sport in versione femminile perché si temono gli effetti sulla società? La protagonista pensa che se questo sport femminile diventerà sempre più diffuso si potrà forse togliere questo divieto e dare la libertà alle donne di praticare il proprio sport preferito. Si parla di discriminazione di genere in molti contesti diversi, anche in quello sportivo, ad esempio nella ginnastica artistica femminile, negli ultimi anni si è cominciato a sollevare polemiche riguardo i body succinti che le ginnaste sono obbligate ad indossare. Un nuovo punto di vista si fa strada: le ginnaste possono indossare abbigliamento tecnico che non mostra eccessivamente il corpo perché non si dimostra necessario al fine della riuscita degli esercizi. Questa visione si lega al tema della sessualizzazione del corpo femminile in qualunque contesto, anche sportivo. Obbligare delle sportive ad indossare un certo tipo di abbigliamento significa vederle come dei manichini da esporre in vetrina nelle condizioni migliori per il piacere maschile. Vietare il sumo femminile a livelli professionali è una decisione figlia della stessa scuola. Per quale motivo una donna non può competere ad alti livelli in questo sport? La risposta è semplicemente nessuno o, meglio, nessun motivo che abbia senso se non un portare avanti un retaggio culturale anacronistico e sessista. “Little Miss Sumo” vuole dare voce a chi cerca di condurre questa battaglia all’insegna della libertà femminile. Disponibile su Netflix.

Elena Leone