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“Lo spietato”, ascesa e caduta di un boss-manager. Tre giorni in sala, poi Netflix

L’angolo di Michele Anselmi 

Toccata e fuga nelle sale per tre giorni, 8, 9 e 10 aprile, poi subito sulla piattaforma Netflix dal 19 aprile. Succede a “Lo spietato”, il film di Renato De Maria che pure è stato prodotto da Raicinema insieme ad Angelo Barbagallo. Curioso, no? Tutto cambia. Magari s’è pensato che il tosto e fiammeggiante poliziesco, ispirato al romanzo-inchiesta “Manager calibro 9” di Pietro Colaprico e Luca Fazzo (Garzanti, 2007), non avesse troppe chance di successo con la brutta aria che tira al botteghino per il cinema italiano. Mah!
Eppure “Lo spietato” si fa vedere volentieri. De Maria s’era già dedicato al tema con il documentario creativo “Italian Gangsters”, del 2015, ma qui fa un passo avanti, reinventa sul piano estetico e stilistico un certo cinema di genere tipico degli anni Settanta, il cosiddetto poliziottesco, e lo trasforma in un cine-romanzo criminale con qualche ambizione in più. Non troppe, per non negare le ragioni stesse dell’operazione, che De Maria riassume così: “Volevo costruire una macchina narrativa che corrispondesse al cinema che piace a me, ho cercato di liberare il mio sguardo da ogni paletto o costrizione per riuscire a ricreare i miei anni Ottanta”.
Se il libro rievoca l’ascesa e la caduta del vero boss Saverio Morabito, il quale, una volta arrestato nel 1992, per farla franca vuotò il sacco infliggendo un colpo mortale alla ‘ndrangheta di Platì ben piantata a Milano, il film inventa un personaggio che gli assomiglia, tal Santo Russo, e Riccardo Scamarcio se lo cuce addosso con la consueta bravura.
Non siamo troppo lontani, nello spirito, da film come “Altri uomini” di Claudio Bonivento o “Vallanzasca – Gli angeli del male” di Michele Placido, anche se De Maria introduce un tono da commedia nera, sulfurea e gagliarda, che controbilancia l’efferatezza sanguinaria dei fatti.
Si parte dal 1990, con l’ormai potente Santo che dal suo attico nel cuore di Milano osserva la luccicante Madonnina sulla guglia più alta del Duomo; ma anche lui, sebbene scaltro manager del crimine capace di diversificare le attività, ha appena commesso un errore che rischia di pagare duramente. Intanto, nell’andirivieni temporale che risale fino al 1967, con lo sbarco a Milano del giovane calabrese di Platì, il film rievoca a passo di danza, come in una ballata criminale, la folgorante carriera dello “spietato”: riformatorio, prime rapine, affiliazione alla ‘ndrangheta, matrimonio, figli, amanti, ammazzamenti, arricchimenti, tradimenti, eccetera. Cambiano gli abiti, le acconciature, le case e le macchine, ma Santo resta un uomo di Buccinasco, uno che viene dalla strada, un “capitalista” avido e amorale, anzi del tutto immorale, capace di salvarsi la pelle.
Un po’ in bilico tra i polizieschi di Scerbanenco, i noir di Di Leo e lo sfottò antropologico-culturale di una certa “Milano da bere”, il film di De Maria, scritto con Valentina Strada e Federico Gnesini, bombarda lo spettatore di canzoni d’epoca e di sparatorie, il tutto immergendo in una tavolozza cromatica ifondata su tre colori: giallo, blu e rosso (parola del regista).
Talvolta il film sa di già visto, ma l’andamento ferocemente pimpante e l’accurata ricostruzione d’ambiente riscattano qualche strizzatina di troppo, anche se divertente: come quel giornaletto con l’immagine giovanile di Isabella Ferrari, attuale compagna di De Maria, usato per una gigantesca “pippata” di cocaina.
Di Scamarcio s’è detto: va sul sicuro e s’impadronisce allegramente del personaggio senza scrupoli; ma funzionano anche le due presenze femminili, che sono Sara Serraiocco (la moglie paziente) e Marie-Ange Casta, sorella di Laetitia (l’amante esotica). Il tutto è stato girato in Puglia, anche se non si direbbe.

Michele Anselmi

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