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“Lockdown all’italiana”. Loffio, ma non irrispettoso: Vanzina e la benevolenza

L’angolo di Michele Anselmi 

“Abbiamo bisogno di un po’ di benevolenza” ammette Enrico Vanzina, in mascherina, parlando con i giornalisti dopo la proiezione del suo “Lockdown all’italiana”, che esce giovedì 15 ottobre nelle sale. Benevolenza, immagino, nei confronti di una legittima operazione commerciale qualche settimana fa oggetto di attacchi infondati, pure assatanati, perché basati sul nulla, solo sul manifesto, simile a tanti altri, neanche così indecente. Per dirne una: chi di noi non ha visto sui social, durante il lockdown, foto di impeccabili manager al computer con giacca e cravatta sopra e mutande o tuta sotto?

Scritto in una ventina di giorni durante la chiusura totale, proposto a maggio a Giampaolo Letta di Medusa, girato in fretta e a basso budget a luglio, “Lockdown all’italiana” esce, cotto e mangiato, nel momento meno favorevole, benché le sale siano in massima parte un luogo sicuro. Eppure gli incassi sono devastanti, e non sarà la Festa di Roma, che parte lo stesso giorno, a invertire la tendenza, temo.

Vanzina pone in esergo una bella frase di Jacques Prévert che dice: “Bisognerebbe tentare di essere felici, non fosse altro che per dare l’esempio”. Anche i quattro personaggi della commedia si sforzano di essere felici, annaspando e ingannando, pur essendo a loro modo dei “mostri”. La cornice tragica, da ombrello cupo, fa il resto. Si parte proprio l’8 marzo quando due coppie scoppiate scoprono, guardando la tv, che nelle prossime settimane saranno costrette alla convivenza forzata senza più amarsi.

Da un lato, centro storico romano, ci sono i ricchi, cioè l’avvocato sciupafemmine Ezio Greggio e la moglie spendacciona Paola Minaccioni; dall’altro, zona Casilina, ci sono i poveri, cioè il tassista indebitato Ricky Memphis e la cassiera vamp Martina Stella. L’avvocato ha una storia di sesso con la cassiera, e quando i rispettivi consorti scoprono la tresca cominciano i guai.

Diciamo che Vanzina, qui anche regista dopo la morte del fratello Carlo, costruisce la storiella come una pièce teatrale all’insegna del buffo, ma con un fondo acidulo e qualche cautelativo fervorino sugli effetti devastanti del virus (immagino per non esporsi allo sdegno morale). Il tutto impacchettato nelle estenuanti musichette di Umberto Smaila.

Ovviamente si parla di sesso, tradimenti, disamore, soldi, tenuta fisica e usura del tempo; si scherza sulla dipendenza interclassista dal format tv di Barbara D’Urso; echeggiano frasi come “Lasciatemi fare il cazzaro o mi butto di sotto; passano spezzoni di film cari al regista, usati come una sorta di controcanto: da “I nuovi mostri” con Sordi a “La terrazza” con Gassman, ma c’è pure un’autocitazione.

La commedia è certo all’italiana, nondimeno suona un po’ loffia, diciamo opaca, con qualche affondo colorito per onorare il nome della ditta, soprattutto mi pare attraversata da un sentimento di affiorante pessimismo (occhio al finale un po’ in chiave “Parasite”). Di sicuro non c’è nulla di offensivo o irrispettoso nei confronti delle vittime e del disastro sociale provocato dalla pandemia. Poi, naturalmente, si può preferire altro al cinema.

Michele Anselmi

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