L’adattamento di Nolan de L’Odissea può sembrare, a un primo sguardo, inclinato al politicamente corretto. Le discutibili e chiacchieratissime scelte di casting e un’apparente propaganda hollywoodiana sul tema “tutte le guerre sono il male” rischiano di fuorviare. Lupita Nyong’o è un’eccellente attrice: espressiva, capace di bucare lo schermo nel doppio, fugace ruolo di Elena/Clitennestra. Christopher Nolan, in realtà, si discosta dal mito solo in parte. Resta tradizionalista e omaggia l’opera omerica in più modi, restituendone una lettura tendenzialmente più laica, ma rigidamente moralista. Il focus non è tanto la guerra in sé, ma si concentra su Ulisse individuo singolo, le sue azioni e conseguenze, le scelte strategiche ma anche egoistiche. L’accecamento crudele di Polifemo, gesto necessario per liberarsi dalla caverna, ne è esempio chiaro. Esattamente come in “Oppenheimer”, Nolan indaga gli errori che pesano sulla coscienza di un Re che abbandona la sua città, la moglie e il giovane figlio per la guerra. Ma il reale trauma che crea lo strappo definitivo che grava sull’anima ormai in pena di Ulisse – un Matt Damon muscolare, ma misurato – è incarnato dalla creazione del cavallo di Troia, primo elemento potente non solo sul piano visivo e spettacolare, preso qui in prestito dall’Iliade assumendo quasi un ruolo di macguffin cinematografico, che giganteggia nella locandina. La scena del suo trascinamento dentro le mura di Troia è magnifica. La fuoriuscita dell’esercito da esso e la violenta presa della città creano in Ulisse una ferita insanabile. Questa ferita è viva e pulsante, venendo ripresa lungo tutto il racconto filmico con un montaggio inizialmente spiazzante, ma funzionale: rende il film di quasi 3 ore più scorrevole, dandogli quasi un’aura da mistero da decodificare. La grande carneficina compiuta dagli Achei sulla popolazione di Troia emerge molto gradualmente, ma resta un punto cardine del racconto, mentre nell’opera di Omero è solo un vago ricordo relegato all’incipit per ricordarci dove eravamo rimasti.
Nolan prende in prestito dall’Iliade molti altri elementi, fondendo le due opere omeriche in un unico tessuto narrativo: insiste tanto su questo imponente e oscuro re Agamennone (il regista e attore Benny Safdie), presente anche in una delle locandine; la sua armatura ricorda tanto Darth Vader quanto il Batman che Nolan ha tanto amato e coccolato costruendoci attorno una trilogia. Agamennone è un’ombra degli Inferi, l’Ade in persona, che parla con Ulisse e lo guida ad affrontare gli ostacoli, ma al tempo stesso lo spinge a tradire i suoi uomini. È figura di riferimento, in quanto superiore gerarchico, ma mai vista in volto e forse rappresenta, a questo modo, i lati oscuri dell’anima dello stesso Ulisse. Emblematico, certamente importante, non messo lì propriamente a casaccio, incarna la parte probabilmente più dark e affascinante del film. Ma chi sono realmente per Ulisse, e di rimando il regista, Sinone (Elliot Page) e Atena – una molto sommessa Zendaya? La seconda è una pura manifestazione divina della dea, sotto le mentite spoglie dell’ancella che Ulisse vede morire a Troia? Oppure è Ulisse stesso che, narrando le sue gesta per sole immagini ricordate, confonde tutto diventando il cosiddetto “narratore inaffidabile”? Sinone è un personaggio che ritorna nella manifestazione dell’Ade sulla spiaggia ed ha un significato importante anche nella parte conclusiva di “Odissea”. Eppure questo personaggio, affidato appositamente a Page, non fa parte della lore omeriana, bensì di un’opera di Virgilio, l’Eneide. Forse il suo scopo è un modo per Nolan di rafforzare il senso di colpa di Ulisse e di creare un surrogato del figlio Telemaco, che non vede da 20 anni. Telemaco, interpretato da un Tom Holland dallo sguardo perso e perennemente infantile nonostante i suoi ormai 30 anni, è appunto abbandonato e in addestramento militare, alla ricerca della propria identità adulta e virile, ed in fuga dalla madre Penelope (Anne Hathaway, molto sottotono), ormai rassegnata a doversi sposare con il viscido Antinoo – Robert Pattinson in un ruolo che sembra nato per lui.
Quasi tutti i passaggi avventurosi e fantasy dell’epica omerica sono pressoché fedeli nello spirito, seppur talvolta alterati. Gli dei, come dicono i soldati sottoposti a Ulisse, muovono venti, creature, una strega inviperita – magnifica Samantha Morton nel ruolo di Circe – e inquietanti sirene contro l’armata. L’apparente magia a cui si fa riferimento nella dicitura d’apertura del film c’è eccome, così come gli Dei, seppur invisibili. Il fantastico tuttavia forse non è il genere adatto a Nolan: pensa di potere tutto, ma già in opere precedenti ci aveva già dimostrato di non essere troppo in grado o interessato a particolareggiare i mondi che egli stesso crea. Per fortuna sa stimolare il dibattito e lasciare interrogativi aperti dopo la visione, lo spettacolo di certo non manca, e la folla che si accalca nelle sale estive in Italia è un miraggio miracoloso, esattamente come la ammaliante Calipso di Charlize Theron. È un déjà-vu dell’estate 2023, quando uscì “Oppenheimer”, vincitore di sette Oscar e primo vero grande flusso di ritorno nelle sale dopo la crisi post-pandemica. Questo è un segnale importante, non legato esclusivamente ai fan di Nolan. Ci dice non solo che il film-evento riesce ancora a trascinare le folle in un luogo ormai trattato come la lebbra, ma che il cinema di genere (vedi anche il caso “Backrooms”) non può che essere il salvacondotto della settima arte per farla resistere il più possibile in sala.
Furio Spinosi