L’angolo di Michele Anselmi

Mi sbilancio sapendo che quasi nessuno sarà d’accordo con me. Ebbene: trovo Riccardo Scamarcio il miglior Caravaggio finora visto al cinema o in televisione. Meglio, per dirne alcuni, del recente Alessio Boni o dei più remoti Nigel Terry, Gian Maria Volonté e Amedeo Nazzari. Mi pare che l’attore pugliese, classe 1979, sia fisicamente credibile e psicologicamente convincente nel ruolo di Michelangelo Merisi, appunto detto il Caravaggio” (1571-1610), a dimostrazione che, se ben diretto, sa recitare in territori impervi senza andare col pilota automatico (fate il confronto con “Quasi orfano” nelle sale adesso e mi saprete dire).

Ma “L’ombra di Caravaggio” di Michele Placido non è solo un film sul grande pittore maledetto. Altrimenti perché scegliere questo titolo? L’ombra in questione è un giovane, gelido e implacabile inquisitore del Sant’Uffizio, l’incarna il francese Louis Garrel, chiamato a indagare per conto di papa Paolo V sull’arte e la vita del pittore lombardo, anni prima scappato a Napoli da Roma dopo aver trafitto in regolare duello l’amico/nemico Ranuccio Tomassoni.

Non a caso, si parte proprio dalla città partenopea. È il 1609, un anno prima della mai chiarita morte (fu malattia o assassinio?). Caravaggio, protetto da un ramo dei Colonna, sta esaminando alcuni “soggetti” per un dipinto da fare e uno di quelli, sotto un cappuccio, gli trafigge la guancia con un coltello senza riuscire a ucciderlo.

Placido, che firma la sceneggiatura con Fidel Signorile e Sandro Petraglia, orchestra una cine-biografia romanzesca, che si prende parecchie libertà, soprattutto nell’epilogo, usando, senza saperlo immagino, lo stesso espediente adottato da Pupi Avati per il suo “Dante”. La presenza di un deuteragonista, lì il devoto Boccaccio anni dopo, qui un contemporaneo “investigatore” papale, per animare l’andirivieni temporale, creando una sorta di dialogo a distanza mentre i fatti vengono ricostruiti.

Passato stasera alla Festa del cinema di Roma, “L’ombra di Caravaggio” sarà nelle sale il 3 novembre con 01-Rai Cinema, che coproduce con la Francia. Si spiega così la presenza di Garrel e di Isabelle Huppert nei panni della marchesa Costanza Colonna, naturalmente doppiati per ovvie ragioni, non incarnando essi personaggi francofoni (lui ha la voce di Adriano Giannini, lei di Angiola Baggi).

Inutile qui farla lunga sulla pittura caravaggesca, insomma su quel “realismo drammatico” che fece scrivere a Giulio Carlo Argan: “Il motivo religioso è anche sociale: il divino si rivela negli umili”. Caravaggio, pestando molti piedi, applicò all’arte sacra uno sguardo volto a rifiutare le convenzioni, a smantellare una certa idea di “bello”, a introdurre una nuova concezione artistica dell’ombra e della luce. Usò, com’è noto, straccioni, dannati, storpi e puttane per incarnare soggetti religiosi, trovando anche potenti estimatori nelle gerarchie ecclesiastiche, penso ai cardinali Francesco Maria del Monte e Scipione Borghese. Ma il Papa? “La Chiesa non è pronta per questo” sentenzia Paolo V osservando “La morte della Vergine” dipinta per la chiesa di Santa Maria della Scala (per fortuna pensò il fiammingo Rubens ad acquistare il quadro per i Gonzaga prima che fosse bruciato).

Placido, che riserva per sé il ruolo del mecenate Del Monte, fa un film volutamente all’antica nella messa in scena spettacolare, ma con l’occhio rivolto ai dilemmi morali della creazione artistica, della libertà d’espressione, certo molto insistendo sull’elemento trasgressivo, ribelle, vitalistico, iracondo di Caravaggio, qui ritratto come gran puttaniere capace di far innamorare di sé anche le gran dame e ogni tanto omosessuale.

I famosi tagli di luce caravaggeschi vengono evocati con misura dal direttore della fotografia Michele D’Attanasio, che per fortuna non si sente “Autore della luce” come Vittorio Storaro, nel quadro di una ricostruzione fosca e seicentesca, sessualmente audace, fitta di congiure e torture, godimenti e pustole. Ecco Giordano Bruno sanguinante a un passo dall’essere messo al rogo, ecco Artemisia Gentileschi torchiata per il suo mitico quadro “Susanna e i Vecchioni”, ecco l’invidioso e insipido “maestro” Giovanni Baglione, ecco il misericordioso frate Filippo Neri dedito a curare i poveri cristi che popolano la notte.

Ho sentito dire da alcuni autorevoli colleghi che il film sarebbe “grottesco, ridicolo, falso”, a partire dal linguaggio usato: a me non pare, francamente. Placido gioca un po’ col genere storico ricreando un Seicento immerso nella febbricitante arte del Caravaggio, per suggerire, forse alla maniera di quello sfortunato film di Damiano Damiani intitolato “L’inchiesta”, la vacillante fermezza dell’inquisitore: turbato infine dai dipinti del pittore “blasfemo” e insieme risoluto nel servire il pontefice in nome della Fede.

Fitta la composizione del cast: se dei protagonisti Scamarcio, Garrel e Huppert s’è detto, non stonano nel contesto colorito Gianfranco Gallo, Vinicio Marchioni, Moni Ovadia, Erika D’Ambrosio, Alessandro Haber, Micaela Ramazzotti, Lolita Chammah, Gianluca Gobbi e infiniti altri, oltre appunto al già citato Placido e a suo figlio Brenno.

Michele Anselmi