Con piacere, pubblichiamo “L’onirico ed il surreale di I’m Thinking of Ending Things“, saggio breve firmato da Gioele Barsotti, nostro studente, vincitore del terzo premio nella sezione B del Premio Lino Miccichè 2021, concorso per giovani critici e recensori bandito dalla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro e dal Sindacato Nazionale dei Critici Cinematografici Italiani.

 

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“I’m Thinking of Ending Things” (“Sto pensando di finirla qui” in italiano) è un film del 2020, scritto e diretto da Charlie Kaufman e prodotto dal colosso dello streaming Netflix. Il regista, noto anche per la sua attività di sceneggiatore in film come “Being John Malkovich” (“Essere John Malkovich”) ed “Eternal Sunshine of the Spotless Mind” (“Se mi lasci, ti cancello”), firma con questa pellicola la sua terza opera dietro alla macchina da presa. E, proprio come nei due cult movies sopracitati, Kaufman in questa sua nuova fatica esplora i meandri più remoti della mente umana grazie ad una sceneggiatura ostica, frammentata, modulare e ad una messa in scena onirica e surreale. Il regista realizza un’opera complessa, profonda, sfaccettata, che tocca una molteplicità di tematiche da sempre care alla sua poetica personale. Dipinge un affresco nel quale è possibile individuare un parallelismo tra la fine di una relazione amorosa e quella di un uomo che decide di privarsi della propria vita, tormentata da spettri provenienti allo stesso tempo da un futuro perduto e da un passato ormai lontano.

La pellicola si apre con un monologo iniziale, pronunciato dalla protagonista, accompagnato da un morbido tappeto orchestrale e da inquadrature, quasi eteree, di un’abitazione, che si scoprirà essere quella dei genitori di Jake (interpretato da Jesse Plemons), il suo nuovo fidanzato. Le parole di Lucy (Jesse Buckley) scorrono come un flusso di coscienza, i suoi antri della mente sono tormentati da dubbi e paranoie riguardo alla sua nuova relazione: sin dai primi minuti, la protagonista “sta pensando di finirla qui”, sta contemplando di rompere con il suo nuovo fidanzato dopo appena sei settimane trascorse dal giorno in cui si sono conosciuti. Il fiume in piena che sgorga ininterrotto dal suo subconscio viene disturbato da una voce lontana, distante e riverberata. Questa intrusione vocale extra-diegetica è solamente il primo dei tanti stratagemmi, uditivi e visivi, utilizzati dal regista per minare la realtà della pellicola e per stordire lo spettatore che, dopo pochi minuti, si trova disorientato dalle prime incongruenze formali. Delle immagini di un anziano cominciano ad essere alternate, apparentemente senza senso, alle vicende di Jake e Lucy. L’atmosfera si fa ancora più innaturale quando Kaufman posiziona la macchina da presa all’interno della vettura che i due stanno utilizzando per raggiungere la casa dei genitori di Jake. Il flusso di coscienza della protagonista, fatto di dubbi ed interrogativi, riprende incessantemente ed i suoi pensieri vengono ascoltati soggettivamente dallo spettatore, che si trova nuovamente spaesato quando si rende conto che Jake sembra riuscire a leggere nella mente della propria ragazza. Lo straniamento cresce grazie alle inquadrature statiche, incorniciate in un inusuale aspect ratio in 4:3, dei due personaggi che si ritrovano avvolti da una tempesta, inghiottiti da un non-luogo irreale dominato dalla neve. I due giovani sembrano bloccati in un loop eterno, condannati ad abitare questa atmosfera rarefatta dove il sibilo del vento ha la meglio sull’intelligibilità delle parole. I suoni ed i dialoghi sembrano irreali, incoerenti, corrotti, messaggeri di un’oscura verità. Alcuni passaggi sonori non vengono uditi o hanno un volume incomprensibilmente basso, ovattato dal vento che risuona e rimbomba nell’abitacolo 2 dell’autovettura. Le incongruenze continuano a moltiplicarsi, la protagonista cambia apparentemente nome, professione e vestiti senza nessuna spiegazione logica. Lucy, Luisa, Lucia. Pittrice, fisica, poetessa. La colonna sonora, malinconica ma soffice all’inizio della pellicola, si tramuta ora in una pulsazione opprimente che fa da contrappunto alla dimensione onirica e surreale che sembra aver preso il sopravvento a sfavore di ogni logica causa-effetto. Giunti improvvisamente a casa dei genitori di Jake, all’interno della pellicola la realtà abdica definitivamente in favore del sogno. O meglio, di un incubo, più vicino all’horror lynchiano che all’utopia di Federico Fellini. I quadri cambiano le immagini contenute al loro interno, il cibo durante la cena viene solo apparentemente mangiato e una misteriosa porta verso il seminterrato sembra nascondere un’oscura realtà destinata ad emergere. I genitori di Jake appaiono come delle caricature di loro stessi, tormentati da fantasmi del passato ed ossessionati dalla morte, uno dei temi centrali della pellicola. La protagonista rimane vittima dei loro inquietanti modi di fare, intrappolata all’interno di una casa nuovamente assediata dal sibilo del vento e sospesa in un limbo innaturale, un purgatorio in cui la logica si è oramai disintegrata. Il montaggio contribuisce a restituire questa atmosfera opprimente: come la puntina di un giradischi che continua a saltare, arrivata alla fine del solco di un vinile, alcune inquadrature della protagonista vengono riproposte più e più volte, così da intrappolarla, insieme allo spettatore, in un rarefatto circolo vizioso, in cui lei stessa si trova disorientata e fatica a trovare un senso a ciò che accade. Il film si tinge di sfumature horror quando la protagonista viene assediata dai genitori di Jake spaventosamente ed inspiegabilmente invecchiati. Dopo aver intrapreso un viaggio di ritorno verso la città ancora più surreale, ricco di conversazioni beckettiane ed alterazioni audiovisive, la coppia si perde nei pressi di una scuola superiore, esattamente quella frequentata tanti anni fa da Jake. In queste ultime sequenze il film sprigiona tutta la sua potenza simbolica, immergendo lo spettatore in un bagno di sensazioni postmoderno in cui realtà e finzione, sogno ed incubo, si ibridano completamente e diventano indistinguibili. Le simmetrie offerte dai corridoi della scuola si sposano perfettamente con la fotografia color cobalto, diventando il palcoscenico per una sognante coreografia di danza che vede protagonisti due doppelganger dei personaggi principali della pellicola. Sul finale viene lasciato intuire un particolare che permette di ricontestualizzare tutta l’assurdità degli eventi precedentemente accaduti: Jake è in realtà una proiezione idealizzata dell’anziano bidello che è stato mostrato sporadicamente durante il corso della pellicola e tutta la trama è avvenuta, in realtà, nella sua mente. Lucy (od il caleidoscopio di nomi che gli vengono affibbiati) è, dunque, un’entità immateriale, esistente solamente nel subconscio del demiurgo che l’ha plasmata ad immagine e somiglianza del proprio prototipo di ragazza ideale. “Sto pensando di finirla qui”, in realtà, non è il mantra che tormenta una giovane donna alle prese con un amore che non è destinato a resistere all’illusione del tempo. “Sto pensando di finirla qui” è il grido disperato di un anziano ossessionato da frammenti di passato, da scelte sbagliate che ne hanno condizionato l’esistenza, consumato dalla nostalgia di quello che non è stato e mai sarà. Un uomo che sceglie consapevolmente il suicidio dopo che i titoli di coda del film andato in onda nella sua mente sono giunti al termine. Sarà il vento, vera e propria colonna sonora di questa pellicola, ad accompagnare gli ultimi istanti della sua vita ed a musicare l’ultima statica (e stanca) inquadratura del film.

Gioele Barsotti