L’angolo di Michele Anselmi 

Francamente avrei lasciato il titolo francese che recita “L’origine du mal”: più allusivo e misterioso, ideale per la vicenda noir scritta e diretta dal regista Sebastién Marnier, classe 1977. Dopo un passaggio alla Mostra di Venezia, la commedia, ora ribattezzata “Un vizio di famiglia”, arriva mercoledì 4 gennaio nelle sale targata I Wonder Pictures. Io la raccomando. Non solo perché ha per protagonista Laure Calamy, la versatile attrice francese che si fece notare come Noémie, nella serie “Chiami il mio agente!”. Da allora Calamy è diventata una star del cinema transalpino, e se lo merita: perché sa giocare spiritosamente con la propria immagine femminile, passando con disinvoltura dal drammatico al brillante.
“L’origine del male”, secondo Marnier, è la famiglia patriarcale governata da maschi arroganti, anche se qui tutto si complica nell’intrigo, tra complotti femminili, arroganze maschili e pulsioni lesbiche. Si parte come in un film “freddo” di Aki Kaurismäki e presto si finisce dalle parti di Claude Chabrol, almeno così a me pare. Solo che a raccontare la storia, viste le sorprese e le giravolte, si fa un torto a chi legge ed eventualmente pagherà il biglietto.
Resto, quindi, alla prima mezzora. Stéphane (il nome è maschile ma trattasi di donna quarantenne) lavora in un conservificio, insomma impacchetta acciughe. Ogni tanto va a trovare la sua compagna che sconta una condanna a cinque anni in carcere e certo non se la passa bene. Quando la sfrattano dalla stanza in affitto, decide di telefonare al padre mai conosciuto, un riccone avanti con gli anni e dalla salute malferma che abita in una splendida villa sull’isola di Porquerolles insieme a quattro donne piuttosto bizzarre: la moglie Louise, un’accumulatrice seriale capace di spendere 1.500 euro al giorno; la figlia George, altro nome maschile, che ha preso in mano l’azienda; la nipote adolescente Jeanne, brava fotografa decisa a scappare da lì; la governante e autista Agnès, alla quale nulla sfugge.
Il gineceo scruta con sospetto la figlia ritrovata, sprovvista di documenti d’identità, e la vorrebbe subito fuori dai piedi. Ma il vecchio Serge, trattato come un ingombro dalla figlia manager, decide di ospitare Stéphane nella villa. Per affetto paterno? Per senso di colpa? Per usarla in tribunale al momento giusto?
A metà film arriva il primo “coup de théâtre”, dal quale ne discenderanno parecchi altri, a definire un ritratto borghese piuttosto avvilente che non risparmia nemmeno i ceti più umili e vessati. Tutti mentono in questo “giallo” in villa, ma senza Poirot lesto a risolverlo, nel quale confluiscono i peggiori comportamenti umani: avidità, cinismo, bugie, antisemitismo, spreco di soldi, esibizionismo, voyeurismo e piani inconfessabili.
Molto non torna, specie verso l’epilogo e sul piano della verosimiglianza, nella partitura un po’ “mystery” che Marnie allestisce ricorrendo allo schermo diviso per quattro o per sei (split screen), come se fosse un po’ una storia anni Settanta benché si sia ai giorni nostri. Ma “Un vizio di famiglia” ha il pregio di spiazzare ogni volta lo spettatore, ora con battute misogine ora con affondi maschilisti, con contorno di omicidi.
Laure Calamy è perfetta, specie in lingua originale, nel dar corpo alla remissiva, premurosa e scaltrissima Stéphane, oggetto di un purissimo odio di classe che la fa subito sembrare vittima di una società ingiusta; ma anche gli altri interpreti si prestano al gioco ambiguo, destinato ad essere ogni volta smentito dai fatti o addirittura rovesciato: da Jacques Weber a Dominique Blanc, da Dora Tilliers a Véronique Ruggia, da Céleste Brunnquell a Suzanne Clément.
PS. Non sapevo che il disturbo da accumulo patologico seriale, in questo caso accaparramento compulsivo di oggetti a prezzi esorbitanti, si chiamasse sillogomania.

Michele Anselmi