La pandemia che sta dilaniando il mondo intero, a esclusione pare della Cina, che pure l’ha generata a partire da Wuhan, sta devastando anche l’universo dei media, da Internet alla televisione al cinema. Né poteva essere diversamente. Con qualche eccezione, come è il caso di Netflix e affini, i quali, proprio grazie al dilagare del virus, non hanno mai visto crescere così tanto i propri flussi, sia di abbonamenti che di introiti. La gente, sempre più chiusa nelle proprie abitazioni, non trova altro svago che guardare sul piccolo schermo filmati e serie, sia per ammazzare il tempo che per dimenticare la triste realtà quotidiana. Se Hollywood piange, costretta a rimandare le uscite cinematografiche a tempi migliori (ma non si sa quando), l’Italia di certo non ride.

Nessuno sa davvero quando riapriranno i cinema e nessuno può prevedere se poi, una volta riaperti, gli spettatori affluiranno numerosi come prima del Covid, o invece non abbiano il terrore di ritrovarsi seduti a distanza ravvicinata. Preoccupati di tanta incertezza non sono pochi i produttori al di qua e al di là dell’oceano che piuttosto di tenere i loro prodotti in magazzino preferiscono dirottarli sulle piattaforme, sempre più disponibili ad accoglierli, anche se il ricavato in termini economici non potrà di certo eguagliare gli incassi delle sale cinematografiche. Vedi il caso della Warner, la quale ha annunciato che i suoi film quest’anno usciranno contemporaneamente in streaming. Perdurando il clima di incertezza suggerisco intanto di leggere un volume appena uscito per i tipi dell’editore Donzelli, “Specchi infiniti“, di Andrea Sangiovanni, storico dell’Università di Teramo, che ripercorre il viaggio compiuto dai mass media dal Dopoguerra a oggi, utile viatico per capire da dover arriviamo e forse anche per intuire a cosa stiamo approdando.

Riproduco qui di seguito per chi non possa acquistare il volume un suo sunto presentato dall’editore. «Viviamo talmente immersi nel flusso dei media da considerarlo come un ambiente «naturale», dimenticandoci spesso del suo carattere storico e culturale. I mass media sono invece prodotti culturali complessi nei quali la dimensione tecnologica e narrativa, la sfera sociale e politica, gli aspetti economici e istituzionali si integrano e si sostengono a vicenda: vanno affrontati, dunque, come un sistema articolato, tenendo insieme le varie dimensioni. Specchi infiniti racconta lo sviluppo del sistema dei media all’indomani della seconda guerra mondiale, analizzando l’evoluzione dei singoli media e la loro interazione con lo sviluppo sociale, economico e politico del paese, oltre che il modo in cui questi due processi hanno contribuito a formare il suo immaginario. Dai rotocalchi ai fumetti, dai giornali ai libri, dalla radio alla televisione, dal cinema all’industria musicale, dai computer alle reti digitali, si ripercorre la rinascita del paese dopo il trauma della guerra, con un sistema mediale raddoppiato, analizzando come le «rivoluzioni» del neorealismo e della televisione convivono con alcuni elementi di continuità degli anni del fascismo. Si attraversa poi il profondo cambiamento degli anni sessanta, in bilico fra la dimensione industriale di massa e l’emergere di modelli di controcultura, una contrapposizione che sembra ricomporsi – seppure non senza conflitti – nel decennio successivo. E si arriva a un nuovo mutamento di fondo negli anni ottanta e novanta, quando all’apparente dominio della televisione si accompagna l’emergere dei «nuovi media», prodromi di un profondo cambiamento linguistico e culturale che in Italia esploderà solo con il nuovo millennio, ma le cui radici affondano nelle pratiche, nei processi e nei linguaggi che hanno caratterizzato il sistema dei media nella seconda metà del Novecento».

Roberto Faenza