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Ma che fatica vedere Jessica Chastain in un film così fesso!

L’angolo di Michele Anselmi 

Confesso: non mi perdo un film con Jessica Chastain, la notevole attrice fulva, classe 1977, da Sacramento, rigorosamente vegana, moglie di un ricco/aristocratico imprenditore italiano che si chiama Gian Luca Passi di Preposulo. Ma certo è difficile da digerire “Ava”, dal 15 gennaio su Netflix. D’accordo, è un classico action-movie “alimentare”, di quelli pagati bene che si girano in attesa che arrivi qualcosa di meglio, un po’ sulla falsariga di “Atomic Blonde” con Charlize Theron e “Red Sparrow” con Jennifer Lawrence.
In realtà “Ava” doveva chiamarsi “Eve”, ma poi ci sono stati dei problemi col primo regista Matthew Newton, accusato di aver picchiato la fidanzata, e il progetto è stato preso in mano da Tate Taylor, quello di “La ragazza del treno”. Ava Faulkner (bel nome) è una spietata e sexy sicaria al servizio di un’organizzazione criminale specializzata in omicidi a pagamento. La giovane donna, che ha un passato da alcolista e un questione mai risolta con la madre cardiopatica, custodisce una debolezza “etica”: vuole sapere dalle vittime, prima di ucciderle nei modi più fantasiosi, se si sono pentite di ciò che hanno fatto. Il che non piace al boss Colin Farrell, cinico e feroce come pochi; mentre il mentore e istruttore John Malkovich negli anni è diventato una specie di padre per Ava. Seguono ammazzamenti vari, inseguimenti, tradimenti, casini familiari e vendette tremende vendette.
La rossa Jessica Chastain è sempre bella, anche se forse un po’ appesantita, spesso ricoperta di sangue; e naturalmente la vediamo spesso in canottiera, come s’addice alle “dure” che si mettono in ghingheri, diventando un po’ Gilda (Rita Hayworth) , solo quando c’è da abbindolare e accoppare qualcuno di influente.
Il film, diciamolo, è una scemenza: scritto coi piedi e condotto all’insegna di sparatorie e brutalità molto “coreografiche”, un po’ alla maniera di “John Wick”, che però è più divertente. Tuttavia, ogni tanto, rispunta fuori l’attrice brava ed espressiva di film ben altrimenti sostanziosi, come “The Tree of Life”, che la lanciò, “Il debito”, “Zero Dark Thirty”, “Le paludi della morte” o “Molly’s Game”. Il finale aperto, con minaccia incombente su Ava, sembra autorizzare un possibile seguito: mi auguro di no.

Michele Anselmi

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