Sound & Vision

2019. Lo skyline di una distopica Los Angeles del futuro brulica di pozzi petroliferi e grattacieli. Le corporazioni dominano ormai la vita sociale e politica della città. Nei caotici bassifondi al neon ribolle un ibrido melting pot di razze, lingue e culture diverse. Giganteschi cartelloni pubblicitari si impongono alla vista dei cittadini della megalopoli, celebrando la vittoria del capitalismo. L’accelerazione sfrenata del progresso ha dato vita ai replicanti, una specie iperumana dotata di formidabili abilità fisiche. Manodopera ridotta in schiavitù: colonialismo in salsa postmoderna.
Queste sono le contraddizioni che lacerano la metropoli dipinta da Ridley Scott in “Blade Runner”, cult assoluto del cinema di fantascienza basato sul romanzo “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” di Philip K. Dick.

Il regista non si serve solo delle immagini per dar vita e rendere palpabili le atmosfere cyberpunk della pellicola. Il comparto sonoro del film e le musiche del compositore greco Vangelis immergono lo spettatore in un ecosistema sonoro in costante evoluzione.
Una partitura cangiante ibrida i suoni diegetici con quelli extradiegetici, sfumando i labili confini che separano la musica propriamente detta dal rumore. Un flusso elettronico lontano si fonde con il caos sonoro che si leva dalla giungla urbana. Vangelis, grazie all’iconico sintetizzatore Yamaha CS-80, ha a disposizione un’intera orchestra di suoni sintetici. Bordoni tuonanti di basse frequenze si alternano ora ad elettrizzanti sibili di archi ed ottoni che squarciano il cielo. Dolci e riflessive melodie di piano elettrico si adagiano su un artificiale tappeto sonoro. Suoni d’arpa combattono con i tempestosi pad di synth. Il conflitto uomo-macchina tradotto in musica. L’analogico che tenta di non essere soppiantato dal digitale.

Il silenzio è ormai un’utopia in una megalopoli bombardata dalla pubblicità e divorata dal consumismo. Anche quando la colonna sonora propriamente detta sembra scomparire, in realtà, almeno un elemento sonoro continua a consumarsi in lontananza. Che sia il crepitio della pioggia sull’asfalto o un computer che emette messaggi indecifrabili per l’essere umano. Melodie orientaleggianti emergono sottolineando il collasso della distinzione tra Occidente e Oriente in un futuro dove tutti parlano la stessa neolingua. Caverne di riverbero inghiottono al loro interno ogni strumento, estendendo il decadimento naturale dei suoni e contribuendo alla creazione di una sinfonia ambient in perenne cambiamento. Metafora dei replicanti che lottano per allungare la propria stessa esistenza. Tinte jazz, in cui atomizzate particelle sonore di strumenti acustici interagiscono tra loro, si alternano a sezioni tribali dissonanti dominate da cori sciamanici. Pulsazioni di batterie elettroniche donano ritmo alla colonna sonora, aiutandola ad evitare di cadere nella stasi beatifica. Tutto scorre e ribolle incessantemente.

L’orecchiabile melodia di Main Titles, suonata a più riprese dagli strumenti più disparati, traghetta lo spettatore nell’universo pulsante della pellicola; lo struggente sassofono del Love Theme suggella l’innamoramento tra Deckard, il protagonista, e Rachel, una replicante; le melodie etniche di Damask Rose ricordano la psichedelia beatlesiana a base di sitar del periodo di Sgt. Pepper; l’arpeggiatore galoppante degli End Titles esplode in tutta la sua epicità cosmica. Il pezzo perfetto per concludere l’epopea Sci-Fi di “Blade Runner”.

Il lascito della colonna sonora di questo film è incalcolabile. In una pellicola in cui le macchine lottano contro la propria obsolescenza programmata, Vangelis è riuscito a sublimare la propria musica sintetica, donandole carattere eterno. Intere generazioni di musicisti sono state ispirate dal modo di comporre del musicista greco, innamorandosi degli arazzi ambient che hanno reso iconica la colonna sonora di “Blade Runner”. Tutti questi momenti (non) andranno persi nel tempo, come lacrime nella pioggia.

Gioele Barsotti