L’angolo di Michele Anselmi 

Ma quanti film gira Louis Garrel? Nove solo nel biennio 2021-2022, quattro dei quali usciti in Italia a distanza ravvicinata: “L’ombra di Caravaggio” a novembre, “Forever young – Le Amandiers” a dicembre, “Le vele scarlatte” quattro giorni fa e adesso, da giovedì 19 gennaio, “L’innocente”, da lui anche diretto, targato Movies Inspired e Bim. Stasera, lunedì 16, anteprima al Nuovo Sacher con Nanni Moretti e lo stesso Garrel, complice un video-gag promozionale. Temo che siano troppi, almeno per il mercato nostrano, anche se il quarantenne francese fa certo simpatia: per naso e capelli ricorda un po’, fisicamente, il cantante country americano Lyle Lovett, quello che sposò Julia Roberts, e anche Garrel molto piace alle donne.
Per la sua quarta regia, l’attore/regista ha scritto una storia da commedia noir, sia pure dai tratti autobiografici riferibili alla mamma Brigitte Sy. Siamo a Lione, laddove Bertrand Tavernier girò il suo “L’orologiaio di Saint-Paul”, nel 1974, e forse la scelta non è proprio casuale. Il giovane Abel, già vedovo e guida per scolaresche nell’acquario comunale, ha finito col fare da padre e fratello maggiore alla madre Sylvie, un po’ scapestrata, infelice. Figuratevi come si può sentire quando scopre che lei sta per sposare Michel Ferrand, un piccolo malavitoso di origine araba appena uscito dal carcere ma con obbligo di firma.
Abel non si fida di quell’uomo, che pure appare rassicurante e affettuoso. E quando i due novelli sposi aprono un negozio di fiori nel centro storico della città, dove gli affitti sono proibitivi, l’ossessione si fa paranoica: c’è sotto qualcosa, come hanno pagato?
“L’innocente” è un titolo a chiave, giustamente ambiguo, nel senso che il film prima asseconda i sospetti di Abel, il quale spia da lontano Michel spesso con effetti quasi farseschi, e poi prepara una svolta d’azione che muta completamente il clima generale della commedia.
Come in “Grazie ragazzi” di Riccardo Milani si parte con un laboratorio teatrale in carcere e “la recitazione” diventa – sennò non sarebbe un film di Garrel – il filo rosso della vicenda, specie in sottofinale: dove una cinica messa in scena al ristorante, per destare l’attenzione di un tizio, si muta in una sincerissima resa dei conti tra l’intristito Abel e la formosa Clémence che vorrebbe fare l’amore con lui.
Rispetto ai precedenti da regista, Garrel ispessisce un po’ la trama, sempre lasciando che i personaggi, tra buffo e tragico, si muovano in un contesto divagante, con un mezzo lieto fine che rimanda al prologo. Diciamo che il film, a tratti esile, anche un po’ inconsistente, è una commedia sulle conseguenze dell’amore, per citare Sorrentino, solo che nessuno finisce davvero male. Poi, certo, bisogna stare al gioco se si vuole apprezzare la partitura in bilico tra vero e falso, tra ciò che si è e come si appare.
Garrel, ormai specializzato in ruoli da giovane uomo goffo e irrisolto, va sul sicuro, circondato da interpreti che s’intonano al clima generale: Roschdy Zem fa il tosto Michel, Anouk Grinberg la madre rinata, Noémi Merlant la vogliosa Clémence.

Michele Anselmi