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“Ma Raney’s Black Bottom”. Blues tra razzismo e teatro (l’ultimo film di Boseman)

L’angolo di Michele Anselmi

Avviso ai cultori del blues, specie quello delle origini: “Ma Raney’s Black Bottom”, lo danno su Netflix, non è la cine-biografia di “Ma” Raney, al secolo Gertrude Pridgett, nata a Columbus, Georgia, nel 1886 e lì morta, ormai dimenticata e fuori dal giro, nel 1939. Lei, che aveva preso quel nome d’arte dal marito William “Pa” Rainey, è certo stata una protagonista carismatica nella storia del blues afro-americano, ma al film del regista George C. Wolfe, classe 1954, interessa raccontare un’altra storia.
“Ma Raney’s Black Bottom” è un mitico blues della cantante, e non risulta facile capire a che cosa alluda quel “fondo nero”, ma è anche il titolo di una pièce teatrale di August Wilson, rappresentata per la prima volta nel 1984; il produttore Denzel Washington ha voluto trasferirla al cinema in una chiave che, come diceva Tullio Kezich, “fa prendere aria alla commedia”. Neanche troppo, però. Lo sceneggiatore Ruben Santiago-Hudson rispetta la partitura teatrale, facendo in modo che lo sguardo dello spettatore si sposti dalle bizze della famosa cantante, in quella seconda metà degli anni Venti all’apice del successo, alle dinamiche psicologiche all’interno della sua band, convocata per incidere alcuni brani.
Tutto o quasi si svolge in un claustrofobico studio di registrazione nella Chicago del 1927. Il quartetto, formato dal trombonista Cutler, il cornettista Levee, il contrabbassista “Slow Drag” e il pianista Toledo, aspetta la diva, che arriva in ritardo come sempre, un po’ “alticcia”, scortata dalla giovane amante Dussie Mae e dal nipote balbuziente Sylvester. Ma nel frattempo abbiamo capito che c’è tensione all’interno della band; il giovane e irruento Levee, esibendo le sue costose scarpe gialle appena comprate, provoca i veterani del quartetto: ha scritto dei blues che vorrebbe registrare, soprattutto suona in un modo nuovo, per nulla apprezzato dall’insofferente “Ma”.
Immerso in un denso colore arancione, forse troppo, il dramma amarissimo affiora strada facendo, per spostamenti progressivi: e avrete capito che dietro le chiacchiere tra musicisti e le scenate della titolare si respira un senso di rabbia, di frustrazione, anche di rivalsa nei confronti di quel mondo bianco che si nutre di un razzismo profondo, quasi atavico. Specie nel vecchio Dixie: e guarda caso Levee viene proprio dal Mississippi e non ha mai fatto pace con quanto gli toccò di vedere a otto anni…
Se Viola Davis si diverte a “indossare” le pose allusive, i toni di voce, il trucco vistoso, gli abiti di seta, perfino i famosi denti di “Ma” Raney, è Chadwick Boseman, morto a 46 anni per un tumore al colon poco dopo aver concluso le riprese, a prendersi progressivamente la scena, appunto nei panni di Levee. Un’anima in pena, un giovanotto incapace di tenere a bada l’odio che soffia nelle sue note alla cornetta, scrivendo blues “da nero”, sessualmente espliciti, forse destinati ad essere incisi, male, da big band bianche.
Boseman diventò una star hollywoodiana solo nel 2018, nei panni dell’eroe a fumetti della Marvel “Black Panther”, il che non gli impedì, tra una chemioterapia e l’altra, di interpretare piccoli film un po’ fuori moda, appunto come questo “Ma Raney’s Black Bottom”. Occhio alle musiche: sono curate dall’ottimo sassofonista jazz Brandford Marsalis, e si sente.
PS. Ludovica Modugno e Paolo Vivo doppiano bene “Ma” e Levee, e tuttavia consiglio caldamente la versione originale sottotitolata.

Michele Anselmi

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