L’angolo di Michele Anselmi 

Ora ditemi se ha senso fare uscire in Italia un film come questo mantenendo il titolo originale “Rheingold”. Il regista Fatih Akin, quello “La sposa turca” e “Soul Kitchen”, 49 anni, è cresciuto in Germania, dice “Rheingold” per significare “L’Oro del Reno”, ossia il primo dei quattro drammi musicali che compongono la tetralogia “L’anello del Nibelungo”. Il riferimento, per quanto inserito in modo estroso nel bel epilogo sott’acqua con tre poppute sirene che volteggiano attorno a una roccia dorata, si spiega; ma appunto bisognerebbe sapere che “Rheingold” non è un nome, come invece tutti (o quasi) pensano, tanto più nella logica del manifesto, con quella faccia da criminale stampata sopra la parolina.
In ogni caso: il film di Akin, targato I Wonder Pictures e nelle sale da giovedì 27 luglio, è interessante, anche perché, partendo da una storia vera e pur durando 140 minuti, si offre come una cavalcata tumultuosa, mai noiosa, mischiando stili e situazioni, andando avanti e indietro nel tempo, negli scenari geografici più diversi.
Si parte dalla Siria, nel 2010. Tre giovani di nazionalità tedesca, ma di origine mediorientale, sono imprigionati in una galera da incubo e torturati. Perché? Che cosa hanno fatto? La pressione più forte è riservata a Giwar Hajabi, detto “Xatar”: un carico d’oro rubato a Stoccarda e misteriosamente scomparso fa gola a uno sbirro siriano, peraltro di origine curda come il giovanotto. Giwar non è nuovo alla prigione più feroce. Da bambino, nell’Iran di Khomeini, fu presto recluso insieme alla famiglia, padre insigne direttore d’orchestra e mamma musicista. Poi, per miracolo, l’arrivo a Parigi per meriti artistici e infine il trasferimento definitivo a Bonn, dove il piccolo Giwar dovrà imparare a difendersi, grazie a un pugile curdo, per farsi rispettare dai coetanei che lo picchiano e derubano.
A suo modo “Rheingold” è un cine-romanzo di formazione, spiazzante e non convenzionale, anche un po’ all’americana nel ritratto della violenza urbana. Nella riprovazione dei genitori, Giwar diventa un piccolo criminale, tanto temuto quanto maldestro, e quando perderà in modi buffi un carico di cocaina per conto di uno spietato boss che chiama “Zio” dovrà inventare un modo veloce per risarcirlo. E qui, ci stiamo riavvicinando al 2010, parte la faccenda dell’oro trafugato a Stoccarda, non vi dico come e dove…
“Xatar” sta per curdo pericoloso, insomma uno temuto, un leader: proprio ciò che stona con la colta formazione familiare ricevuta; ma è anche vero che il padre mollò figli e moglie per una giovane violinista e che la madre, così bella e volitiva (partorì Giwar da sola in una grotta sotto i bombardamenti), non riuscì più a capirlo. Per fortuna la musica, gettata dalla porta, rientrerà dalla finestra, e sarà proprio il rap a salvare il furfantello, grazie a un cd, “Number 415”, registrato avventurosamente nelle galere tedesche.
Incarnato da vari attori nel succedersi degli anni, ma il principale è Emilio Sakraya, Giwar è un “eroe” spesso sopraffatto dagli eventi, uno che sbaglia ogni mossa e trascina gli amici nei guai peggiori; eppure fa simpatia, perché è a suo modo un gangster romantico. Sta cercando solo un modo per sopravvivere nell’esibizione di un orgoglio curdo che attraversa tutto il film.

Michele Anselmi