L’angolo di Michele Anselmi

Incuriosito da un articolo del “Corriere della Sera”, ho provato a guardare su Netflix “Madame Claude”, il film francese di Sylvie Verheyde sulla famosa maîtresse Fernande Grudet, in arte, appunto, Madame Claude (1923-2015). Dopo un’oretta ho smesso, mi sembrava davvero una puttanata, s’intende non per via del tema trattato. La sera dopo, per sincerarmi, ho voluto vedere il resto, trovando una conferma alla prima impressione.
E pensare che Verheyde, classe 1967, è una regista interessante, non facilmente etichettabile, al pari della sua attrice feticcio, Karole Rocher, che incarna appunto la mitica mezzana molto in voga a Parigi sul finire degli anni Sessanta. Nel suo momento di massima gloria, Madame Claude arrivò a gestire 500 “claudettes”, selezionate e istruite con cura, potendo contare su una percentuale mica male di guadagno personale: il 30 per cento su ogni “marchetta”, altro che il 10 per cento degli agenti cinematografici di quella bella serie francese.
“Una donna deve essere brava in cucina e a letto, e io non ci so fare davanti ai fornelli” era una delle frasi preferite della maîtresse, nata poverissima ad Angers. Presto imparò a prostituirsi e per nobilitarsi un po’ nella società che conta s’inventò anche una militanza partigiana durante la Seconda guerra mondiale.
Purtroppo, abituata a frequentare politici viziosi e potenti danarosi in un crescendo di successo, la cinica, pure spietata, Madame Claude si sentì intoccabile, senza accorgersi di essere in realtà ampiamente manovrata dai servizi segreti e dalla polizia. E dire che nella sua rubrica telefonica pare ci fossero nomi altisonanti, come lo Scià di Persia, John F. Kennedy, Gheddafi, Marlon Brando, pure Gianni Agnelli.
Con la morte di Georges Pompidou e l’arrivo di Valery Giscard d’Estaing all’Eliseo tutto si fece più difficile per lei; sicché i milioni di franchi messi da parte nella stagione d’oro non la misero al riparo dalla prigione e dall’isolamento sociale.
Bisogna dimenticare il precedente film su Madame Claude girato nel 1977 da Just Jaeckin, il regista di “Emmanuelle”, con Françoise Fabian nel ruolo dell’intraprendente tenutaria di bordello: erano anni libertari, all’insegna di un certo erotismo patinato, pure ridicolo, allora in gran spolvero. Non che manchino sesso e nudi in questo nuovo “Madame Claude”, ma si vede che alla regista interessa parlar d’altro: di pulsioni lesbiche, figlie di papà vendicative, congiure criminali e amplessi annoiati. Purtroppo tutto suona troppo “ricostruito”, dagli arredi alle musiche, dagli abiti alle automobili, e si fa fatica a intravvedere nella protagonista una donna davvero interessante da raccontare al cinema. Però tutte ballano e piangono molto. Naturalmente per amore.

Michele Anselmi